STRANEZZE DELLA TEORIA MUSICALE. LA SCALA CHE BACH NON SAPEVA DI AVER INVENTATO

di Alberto Odone

Facciamo un esperimento: proviamo a suonare il tema della sigla dei Simpson partendo dalla nota FA ma utilizzando il SI bemolle anziché il SI naturale. In questo modo le parole “I Simpson” corrispondono alle note FA-SI bemolle-DO (ma i più arditi sapranno anche eseguire almeno l’inizio del tema che segue). Ciò che abbiamo fatto è eseguire il tema con la scala di FA maggiore anziché nel modo lidio dell’originale. Risultato? Che delusione! La melodia si fa ordinaria e banale, e tutto ciò per una sola nota, anzi, per un solo semitono. L’effetto è stato immediato: nel vivo dell’evento musicale le scale fanno la differenza, muovono impressioni ed emozioni.

Volendo capire meglio questo fenomeno, ci aspetteremmo di trovare qualche spiegazione su un libro di teoria musicale. Seconda delusione: ci imbattiamo in una serie di pentagrammi, ciascuno con otto note ascendenti e una fitta nomenclatura. Il modo minore sembra essere il più complicato: naturale, armonica, melodica, napoletana… Quante sono le scale minori?
Il caso più curioso è il seguente: secondo i nostri manuali, se voi prendete la scala minore melodica e la percorrete all’ingiù svanisce immediatamente sotto i vostri piedi diventando nientemeno che la scala di Bach, la scala che però Bach non sapeva di aver inventato. Ma… come è possibile che tornando sui nostri passi per la stessa strada noi ci si trovi improvvisamente in un altro luogo?
Qualcosa di simile è accaduto anche al nostro Giuseppe Verdi, la cui Ave Maria viene spesso indicata come composta sulla “scala enigmatica di Verdi”. Questa volta l’intestatario della scala sapeva bene di non esserne l’autore, in quanto detta scala non era che la consegna di un concorso indetto nel 1888 dalla “Gazzetta musicale” di Milano che invitava i suoi lettori a comporre brani basati su quella successione di suoni, inventata per l’occasione. In qualche testo anche Claude Debussy risulta titolare di una scala, quella “per toni interi”, dedica che il compositore si è ben meritata grazie all’utilizzo intensivo di quella scala nelle sue fatiche creative. Ma a che cosa dobbiamo questa moltiplicazione di modelli e riferimenti, evidenziata per la verità soprattutto dalla pubblicistica italiana?
Le scale in musica sono piuttosto inflazionate. Nella teoria sono la sintesi dei diversi modi e dei loro mille casi particolari, nella pratica strumentale sono l’esercizio tecnico per eccellenza, nel jazz diventano espediente didattico per l’improvvisazione, mezzo per lo sviluppo dell’intonazione ecc.
Secoli fa non si sarebbe mai suonata la sigla dei Simpson in FA maggiore: la teoria musicale assegnava infatti a ogni scala un ethos preciso, un potenziale espressivo che la distingue chiaramente da ogni altra, rendendola adatta a certi contesti e non ad altri. Questo per quanto riguarda, potremmo dire, l’effetto psicologico delle scale. Dovendo invece costruire una melodia non si ricorreva alla serie delle note alla quale siamo abituati ma si guardava “in faccia” la scala, attraverso una breve melodia che riassume i giri melodici più caratteristici delle mille melodie già esistenti, costruite su quella scala.

Esempio di melodia esemplificativa del primo modo

L’abitudine di privilegiare la struttura astratta (la scala di otto note) rispetto alla fisiognomica di un modo appare soprattutto dal tardo Rinascimento e ha il suo culmine nella nostra più recente tradizione, che cataloga le scale e gli altri elementi musicali come parte di un processo di astrazione e definizione, allontanandosi di fatto dalla concreta realtà musicale. 
Un esempio: nel volumetto Principi elementari di musica di Bonifazio Asioli (1769-1832), capostipite della lunga serie dei nostri manuali di teoria musicale, si legge: “Cosa è la sincope? È una nota che trovasi fra due o più note equivalenti in valore alla stessa sincope”. Tralasciamo il fatto che la definizione non sembra brillare per chiarezza; pensiamo piuttosto all’uso energetico della sincope nella musica di Bach o di Vivaldi, per non dire del mondo musicale afroamericano, all’uso diffusissimo, nello spazio e nel tempo, di fare musica off beat, segno distintivo di culture e tradizioni, esperienza di una fisicità travolgente, sinonimo di modernità, peraltro ben conosciuto dagli antichi. Ecco: tutto questo è eliminato dal colpo di spugna di un pensiero che riduce l’esperienza musicale alla definizione, al segno grafico, alla povertà di una tecnica di decifrazione. La scala è irrigidita in un oggetto, in una forma melodica fissa, e dunque: se sali è melodica, se scendi è di Bach, se ne modifichi un grado cambia nome. Al contrario, in tante tradizioni musicali, compresa la nostra, le scale sono flessibili, si adattano al contesto, contengono suoni fissi e altri opzionali, creano vuoti tra i gradi o li riempiono, hanno un’intonazione variabile (pensiamo alle accordature non temperate, al vibrato o alle note blue), aggiungono alterazioni in cadenza ecc. 
Cos’è dunque una scala? È una collezione di suoni tra cui è anche possibile scegliere. Le tante tipologie di scala minore, dunque, non sono che il segno di un insieme che offre più possibilità rispetto ad altri.
L’allontanamento dalla concretezza del reale è tipico di quella che potremmo chiamare una scolastica musicale, che incasella l’esperienza in categorie, irrigidisce i processi vivi in oggetti, li moltiplica per il gusto di classificarli, creando così, di fatto, barriere alla conoscenza, barriere tra chi è dentro e chi sta fuori.
Viene in mente il don Milani di Lettera a una professoressa: “Il compito di francese era un concentrato di eccezioni. (…) Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto.”
Dare più rilievo alle eccezioni piuttosto che a ciò che caratterizza il vivo del linguaggio, anche musicale, significa tenere le distanze, creare un sapere chiuso, che rafforzi la categoria degli addetti ai lavori a scapito della condivisione di pratiche e conoscenze. Si contrabbanda per “serio” ciò che è solo astruso, per “talento musicale” ciò che è solo spirito di sacrificio. Quando parliamo di inclusione dovremmo pensare anche a questo.

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