PRIME PRATICHE STRUMENTALI. MEGLIO SOLI O BENE ACCOMPAGNATI?

di Alberto Odone

La rubrica “Tritoni” della rivista MusicEdu (di cui questo articolo fa parte) è nata con l’obiettivo di prendere in esame le dissonanze del nostro mondo musicale, di quello didattico in specie, con particolare attenzione alle pratiche “tradizionali” del fare e dell’apprendere musica. Già nella puntata inaugurale notavamo come alcuni modi di pensare, e quindi di agire, si spengono, divengono obsoleti, procedono per abitudine; e più sono inconsapevoli, più diventano inamovibili. Questa volta (non sarà l’ultima) volgeremo l’attenzione alla pratica strumentale, specialmente nelle fasi iniziali dello studio. E già qui c’è una riflessione da fare: volendo avvicinare un bimbo alla musica, lo si porta “a lezione”, dove per lezione si intende spesso (sia privatamente che in una scuola musicale) il rapporto uno a uno con un insegnante. Quanto grande è la popolazione di coloro che hanno interrotto un percorso musicale dopo un simile inizio? È possibile immaginarne uno differente?

La musicologa inglese Lucy Green ha studiato le modalità di apprendimento di musicisti pop professionisti, con l’intento di ricavare indicazioni utili anche in altri contesti, e ha scoperto cose interessanti (Lucy Green, How Popular Musicians Learn, Routledge, 2002). La maggior parte di loro non ha iniziato prendendo lezioni ma cercando di riprodurre sul proprio strumento i brani preferiti a partire dal loro ascolto. È il classico “tirar giù” dal CD (vinile o audiocassetta) quel repertorio nel quale più ci si riconosce, che ci entusiasma provare a eseguire con gli amici del nostro gruppo. Tutto ciò non ci sorprende. Un po’ più curioso invece è sapere che una parte altrettanto maggioritaria degli intervistati ha presto avvertito la necessità di acquisire capacità tecniche più adeguate, e ha dunque iniziato successivamente a prendere lezioni, spesso in modo continuativo e per anni. Ancora più curioso è apprendere (ma questo è un argomento che sarebbe bello affrontare in una puntata apposita) che lo strumento studiato da questi musicisti spesso non corrisponde a quello con cui poi si guadagnano il pane! Professione e versatilità vanno di pari passo. La differenza tra i due tipi di approccio, la lezione tradizionale e la riproduzione all’ascolto, si gioca innanzitutto sul piano motivazionale: una cosa è conquistarsi le abilità per accedere al repertorio dei propri sogni, altra cosa è intraprendere un percorso formativo del quale non si riesce spesso a intuire la prospettiva. Se le nuove generazioni (come si sente ripetere) “non studiano” è proprio solo colpa loro?

Osserviamo la lezione tradizionale un po’ più da vicino. Di solito si inizia da soli e per lettura, cioè imparando a decifrare segni. E se osassimo intraprendere la strada opposta? La sfida è iniziare in gruppo e arrivare all’esecuzione attraverso l’ascolto. Si dirà: questo vale se si ha a che fare con musiche facili… già, ma che cosa è facile, che cosa è difficile? Se per difficoltà pensiamo ai vertici della tecnica strumentale, certamente il virtuosismo non si presta agevolmente a essere riprodotto a orecchio. Ma l’obiettivo della formazione strumentale può essere innanzitutto la tecnica? O non piuttosto la creazione della prima e più importante connessione, quella tra il suono che è in me (nella mia mente, specialmente attraverso il canto) e il modo di riprodurlo sul mio strumento? Mettere al primo posto la connessione nota-strumento significa fatalmente perdere questa connessione, inseguendola poi per il resto degli studi, magari della vita, incapaci di staccarci dalla carta. 

L’impressione è che molti itinerari strumentali tradizionali si sviluppino in modo non equilibrato: si punta alle conquiste esecutive, insieme alle quali però non crescono il possesso e la consapevolezza del linguaggio musicale, non crescono la donna musicale, l’uomo musicale, la persona. Addestramento, non competenza. Obbedienza a indicazioni esterne (la notazione), non espressione di un pensiero. Competenza significa possesso del linguaggio, capacità di restituirlo nella realizzazione di mille compiti pratici: saper accompagnare, esemplificare, improvvisare, arrangiare, senza pensare per forza di portare ciascuna di queste abilità a livelli estremi. Creando però le premesse per quella versatilità che è indispensabile sia alla professione che al tempo libero, alla qualità della vita.

Anche nel “classico” è possibile iniziare (e proseguire) dalla imitazione pratica del discorso musicale, sia tramite l’ascolto e il canto, sia dall’esempio vivo di chi è più esperto di noi, trasformando gradualmente l’imitazione in abilità autonoma e consapevole. In questa prospettiva è certamente utile interagire con chi è più esperto ma anche e soprattutto tra pari, ricreando a più voci gli aspetti ritmico melodici, armonici, timbrici e così via, per essere fedeli all’originale, per variarlo creativamente o per arrivare a una creatura nuova. Questa prospettiva non esclude ovviamente la lettura del repertorio: vi giunge piuttosto al momento opportuno, quando voce, immaginazione sonora, memoria, pratica strumentale hanno già formato un solido insieme.

D’altra parte, allontanarsi dalla lezione individuale non significa nemmeno puntare semplicemente alla formazione di grandi gruppi di musica d’insieme. È proprio il piccolo gruppo il contesto nel quale, attraverso l’esecuzione “uno per parte”, crescono le abilità musicali più preziose: la regolarità della pulsazione, l’intonazione consapevole, il fraseggio, l’autonomia nell’esecuzione e nell’improvvisazione. Nessuno pensi più alla lezione collettiva di strumento come a una via di fuga. Lavorare in piccoli gruppi richiede una didattica avveduta, la capacità di gestire le dinamiche che vi si creano o di lasciare che a gestirle siano i suoi protagonisti. La soluzione alle crisi motivazionali, specialmente dei piccoli, non sta nel trovare il brano accattivante che ti risolve la lezione ma che è somministrato poi con le solite modalità. Sta piuttosto nel lasciare emergere le dinamiche di gruppo, valorizzando l’apporto personale, unico, nell’evento musicale, liberando sia la curiosità imitativa che la creatività.

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