MUSICISTA SÌ, MA… DI LAVORO?

di Alberto Odone

Scrollo la neve dalle scarpe ed entro. Mi trovo nell’atrio della Music Academy di una grande città svedese. Devo incontrare un collega ma sono in anticipo: mi siedo su un comodo divano e attendo. Lo sguardo cade su alcune pubblicazioni sparse su un tavolino. Tra queste c’è la brochure dell’Accademia e sulla copertina (poteva mancare?) l’immagine di una studentessa bionda. “Ho scelto il corso di organo per essere sicura, alla conclusione degli studi, di avere un lavoro!”: questa la didascalia che riporta il pensiero della giovane.

Sul perché gli studi di organo in Italia non diano luogo allo stesso ottimismo si potrebbe dedicare una puntata a parte (le motivazioni in questo caso riguardano solo lontanamente l’impostazione degli studi). Ciò che in quell’episodio ha suscitato le mie riflessioni è piuttosto il fatto che un’istituzione di Alta Formazione Musicale intenda rendersi attrattiva presso i potenziali studenti esibendo i propri risultati sul piano della futura occupazione. Ciò dovrebbe contribuire a differenziare l’Alta Formazione rispetto ai livelli precedenti.

Nel sentire comune è diffuso un certo scetticismo sulle possibilità lavorative di chi ha dedicato i propri studi alla musica: “Ok, sei pianista, ma di lavoro che cosa fai?” La diffusa doppia frequenza conservatorio/università e il numero dei musicisti italiani che lavorano stabilmente all’estero confermano questa sensazione.

In realtà non sembra difficile lavorare con la musica, il problema sono semmai le condizioni lavorative. Ma c’è un altro interrogativo per noi più importante: qual è la relazione tra l’indirizzo dei nostri studi musicali e la professione musicale che svolgiamo? Tutti insegnano musica ma quanti hanno studiato come insegnare? E quale relazione c’è tra l’essere esperti di uno strumento musicale e insegnare in una scuola primaria? Pensare che chiunque conosce e pratica la musica anche ad alti livelli sia in grado di insegnarla è come dire che chiunque è sano può fare il medico. Eppure è un caso comunissimo.

I dati statistici relativi a questa problematica dovrebbero essere una delle principali fonti ispiratrici per l’orientamento didattico delle accademie che, accanto ai concerti e ai premi internazionali, dovrebbero poter vantare l’efficacia delle loro politiche rispetto all’adeguatezza della posizione professionale dei propri ex studenti.

I dati ufficiali sono scarsi e non sempre significativi. Possiamo prendere ad esempio il convegno “Esperienze lavorative dei diplomati AFAM e ruolo della mobilità internazionale” (2016) organizzato dal MIUR. Gli esiti mostrano come il problema non sia la disoccupazione musicale ma la qualità e la sostenibilità dell’occupazione. È interessante notare inoltre come il 70% circa dei diplomati di II livello dichiara di aver iniziato a lavorare nel settore musicale prima di aver concluso gli studi, ma la quasi totalità di questi, dopo il conseguimento del titolo, svolge lo stesso lavoro musicale di prima. Qual è la relazione tra le competenze acquisite e il tipo di lavoro musicale svolto? Questa è un’ulteriore domanda che è legittimo porsi.

Il compito delle istituzioni formative non è influenzare il mercato del lavoro; esse possono però individuare e fornire quelle competenze che ottimizzino le probabilità di svolgere mansioni adeguate ai propri studi. Con un termine ultimamente un po’ bistrattato, possiamo dire che esse devono favorire l’occupabilità.
Una prima azione necessaria sarebbe porre rimedio all’insufficienza dei dati a disposizione, ma posso dire, per esperienza personale, che le indagini in questo campo non vengono ritenute essenziali, quand’anche non siano addirittura ostacolate.
Eppure: fino a un secolo fa, o più, chi voleva ascoltare musica doveva bussare alla porta del musicista. Ora è sufficiente estrarre di tasca il proprio smartphone per avere a disposizione un repertorio di incredibile vastità geografica e cronologica. Il ruolo del musicista nella società non può rimanere lo stesso. 
Conoscere a fondo la situazione può permetterci di modificare opportunamente l’immagine di musicista che orienta la nostra azione, specialmente quella pedagogica.

Lo sappiamo: gli studi musicali, accademici e non solo, mantengono fermamente un indirizzo, sancito dalle riforme degli anni ’30, improntato alla professione concertistica, in particolar modo solistica, da molti decenni in evidente contrasto anche con l’ampliarsi esponenziale della platea degli studenti “professionali” di musica. A cascata, tutto il mondo delle scuole “classiche”, dalle SMIM fino alle lezioni private, propone a tutti, magari solo a un livello base, una formazione improntata a quella professionale (solfeggio, tecnica, repertorio…) per una professione che però, possiamo dire, non esiste più.
La condizione liquida della professione musicale richiede un quadro più variegato ed elastico di abilità musicali rispetto alla semplice esecuzione da spartito; questo si ottiene favorendo le abilità trasversali, applicabili in una pluralità di situazioni, abilità che comprendono l’estemporaneità e che procedono dalla formazione della mente musicale e dell’orecchio.

L’altro grande cambio di paradigma riguarda il superamento del dualismo esecutore/pubblico. Si dice spesso che dobbiamo lavorare per formare il pubblico di domani. Io dico: dobbiamo creare l’attività musicale diffusa di oggi, allontanando il rischio di una fruizione solo passiva, al limite narcotizzante, della musica. 
Aggiornare le prospettive della professione musicale non significa rinunciare alla pratica seria di uno strumento ma coglierne il diverso significato: non più solo tecnico esecutivo ma umanistico, non più destinato semplicemente ad affascinare un pubblico ma a renderlo protagonista del fare musica, in una società dove probabilmente la quota di popolazione fuoriuscita dall’attività professionale e il tempo libero andranno aumentando. Entra in gioco una nuova figura di musicista, che supera la tradizionale diffidenza del professionista verso l’amatore e si spende perché il fare musica attivamente diventi fonte di qualità della vita per tutti.

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