THE SEMI DISH ORCHESTRA. IL DIALOGO UOMO-MACCHINA NELLA PERFORMANCE MULTIMEDIALE DEGLI STUDENTI NABA
di Tina Conedera
Il giorno 8 maggio 2026 si è tenuta alla Fabbrica del Vapore di Milano la performance audio-video The Semi Dish Orchestra, ideata e messa in scena dagli studenti della NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), provenienti dai Bienni Specialistici in Creative Media Production e Digital and Live Performance.

Inserita nel programma della seconda edizione del LIFE Theatre Arts Media Festival promossa da Zona K, l’esibizione è stata programmata a chiusura del periodo espositivo dell’installazione multimediale In the Space Between, sempre opera di studenti NABA. Questa esplorava il tema degli Extreme Environments, ovvero situazioni, pratiche, spazi e condizioni estreme in cui ci ritroviamo a vivere o subire. Le questioni contemporanee sollevate, dai territori fisici ai panorami digitali, dagli scenari di guerra all’impatto dell’intelligenza artificiale, invitano alla riflessione sull’impatto sociale e sulle conseguenze umanitarie possibili e probabili.
Curata dal direttore di NABA, Guido Tattoni, con il contributo delle docenti Natalia Polvani e Arianna Puccio, The Semi Dish Orchestra è una performance che non vuole trattare il suono come espressione individuale, ma come materia e relazione. Non costruisce una narrazione lineare, ma mantiene un ambiente sonoro attivo, instabile e reattivo, in cui ogni elemento esiste solo attraverso gli altri. Quello che tenta di attivare è un’esperienza sensoriale il cui suoni e video entrano in relazione tra loro, con l’ambiente e con lo spettatore, generando uno spazio “altro”.
Il collettivo non è da intendersi con il comune immaginario di orchestra: non vi sono gerarchie o spartiti, ma nemmeno strumenti tradizionali. I musicisti, se così possono essere definiti, creano i loro suoni facendo uso di apparecchiature elettroniche e programmi digitali. Contributo sonoro molto particolare è stato quello di una ragazza che adoperava materiali e oggetti, i quali di sicuro nel pensiero collettivo non verrebbero mai associati alla musica: biglie, un filo di metallo e anche una matita che scrive su un foglio.

Si può quindi dire che stessero suonando? Ebbene, il concetto di “suonare” è entrato nell’immaginario collettivo legato alla presenza di strumenti musicali, ma di fatto l’origine etimologica indica l’azione di far risuonare. Non saranno di certo violinisti, ma se lo scopo è risuonare e coinvolgere all’ascolto, allora non ci sono dubbi.
La scena non era però dominata solo dal suono, perché questo si mostrava in simbiosi ai video proiettati sui tre grandi pannelli rettangolari. Si trattava di composizioni di colori brillanti, a tratti disturbanti, e forme aliene, agitate in modo fluido e geometrico, armonico e a tratti contrastante, seguendo il flusso acustico. Anche le immagini, generate con il supporto di programmi digitali in tempo reale, contribuivano al dialogo sensoriale con l’ambiente, amplificando la sensazione di straniamento e trasporto in un altrove ignoto.
La bellezza, originalità e meraviglia dell’esibizione stava, oltre che nella particolarità della strumentazione, nell’improvvisazione. A suoni e video veniva data vita in tempo reale, unico e irripetibile, gli studenti basandosi su una traccia appena abbozzata, componevano sul nascere la melodia e stimolazione visiva.

Assistere personalmente alla performance, un genere molto particolare di installazione audio-video, è stato emozionante e coinvolgente. Studiando il settore artistico ritengo sia facile cadere in sentori di banalità, soprattutto nel momento storico in cui ci ritroviamo. Sono stata invece piacevolmente colpita dall’attrattività che i performer sono riusciti a mantenere per tutta la durata dell’esibizione. Suono e video comunicavano in modo fluido, danzando tra orecchie e occhi come a voler indurre uno stato di trance.
La caratteristica che più ho apprezzato del progetto è stata l’umanità, considerazione che appare dissonante, visto il solo utilizzo di apparecchiature elettroniche e digitali. Il punto è che nessuna di queste macchine poteva fare qualcosa che non fosse un essere umano a controllare. In un’epoca di crescita esponenziale dell’Intelligenza Artificiale e digitalizzazione del quotidiano, questi ragazzi sono riusciti a creare un luogo di dialogo macchina-uomo (forse non è un caso che io stessa abbia invertito i termini del vecchio binomio uomo-macchina di una volta) dove uno necessita dell’altro per creare stupore. Non bisogna avere paura di queste nuove entità algoritmiche, ma è necessario comprenderle, al fine di usarle come estensione del pensiero e della creatività umana.
Come scritto nella presentazione e missione del LIFE Theatre Arts Media Festival di quest’anno: “L’arte messa a diretto confronto con l’informazione, scardina convinzioni, si riappropria dei codici dello spettacolo spesso alla mercé della peggiore performance mediatica. […] Il teatro può ciò che l’algoritmo non può: creare uno spazio di presenza condivisa, dove il confronto non è mediato da uno schermo ma accade nel qui e ora, nell’incontro reale tra persone”.
