INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA. SÌ, MA COME STRUMENTO TRASPARENTE
di Piero Chianura
La polarizzazione nella comunicazione tra gli esseri umani in questo particolare momento storico ha ridotto lo spazio per il dialogo e l’ascolto reciproco. In parte è stata la condizione di emergenza in cui siamo immersi ormai da diversi anni a giustificare azioni urgenti che hanno generato inevitabili contrapposizioni. Anche la velocità attraverso la quale siamo stati investiti dalle innovazioni tecnologiche ha tolto spazio al tempo richiesto per assimilare i nuovi strumenti e comprenderne le criticità.
È in questo contesto che il sistema educativo e le famiglie hanno ancor più il compito di guidare i più giovani nello sviluppo di quelle funzioni cognitive superiori (critica, analisi, riflessione profonda) necessarie ad affrontare le emergenze e che la tecnologia da sola non può fornire.

Per esempio, se proviamo ad affrontare il tema del momento, cioè se sia giusto o no permettere agli studenti di utilizzare l’IA, senza una presa di posizione a prescindere del tipo “IA sì o IA no”, ma riflettendo sul nostro rapporto con l’intelligenza artificiale nello specifico contesto educativo, possiamo arrivare a una risposta un poco più articolata.
Lo strapotere dell’IA sulle nostre attività quotidiane è evidente (anche quando non sappiamo che sta lavorando per noi) perché è estremamente efficace, accessibile e pervasivo nella maggior parte degli usi che ne facciamo. La sua presenza, però, condiziona il modo in cui lavoriamo perché sta diventando sempre più difficile sottrarsi al suo utilizzo per rimanere competitivi.
Da questo punto di vista, un uso equilibrato dell’IA è usarla come interlocutore per affinare la forma delle nostre creazioni (non solo artistiche) in tempi ridotti senza sminuire il nostro ruolo di creatori.
Per esempio, ho scritto questo editoriale prima mettendo giù in piena autonomia le idee, i concetti, il punto di vista e le decisioni, e solo successivamente ho chiesto all’IA un contributo alla revisione e alla messa a fuoco di alcuni passaggi, correggendola però quando il mio linguaggio, acquisito in decenni di attività giornalistica, perdeva la propria identità a tratti “imprecisa”. In pratica non ho delegato l’atto creativo ma mi sono servito di uno strumento.
Il tema è dunque che lo strapotere dell’intelligenza artificiale ci costringe finalmente a interrogarci sul significato stesso delle nostre attività creative.
Riflettendo dunque sull’uso che ho fatto dell’IA per scrivere questo editoriale, risulta evidente che lo strapotere dell’IA non si manifesta su chi come me ha già capacità critiche e consapevolezza delle proprie capacità creative, ma sulle nuove generazioni di giornalisti che utilizzano l’IA precocemente.
Chi ha esperienza e possiede già un mestiere, ha un criterio di giudizio, uno stile riconoscibile e sa quando un testo “non è suo”. Per me l’IA è un acceleratore che accede a un database di informazioni, per noi giornalisti fonti sempre da verificare (non è un caso che da qualche tempo i software di IA riportano le fonti delle loro risposte). Potrei anche farne a meno, sebbene spendendo più tempo per elaborare l’articolo.
Il problema cambia radicalmente quando lo strumento arriva prima della formazione. Se un giovane giornalista, musicista o studente inizia a lavorare delegando all’IA le fasi che tradizionalmente costruiscono il “mestiere” (la ricerca, lo studio, la sintesi, la riscrittura, l’autocritica) rischia di non sviluppare mai quegli anticorpi culturali che gli permetteranno, in futuro, di capire quando l’IA ha torto o quando propone una soluzione banale. E non è ininfluente il fatto che si consideri l’IA come la verità assoluta, ruolo che non concediamo di assumere a nessun altro essere umano.
In altre parole, il rischio non è tanto che l’IA sostituisca la creatività, ma che impedisca di formarla.
Questa è una distinzione importante, perché evita che si arrivi a considerare la tecnologia come un problema per l’essere umano che la utilizza: la questione riguarda invece l’ordine con cui la si incontra. Prima si dovrebbe imparare a scrivere, a suonare, a pensare criticamente; poi si può usare l’IA come uno strumento per fare meglio e più velocemente ciò che si sa già fare. Se l’ordine si inverte, si rischia di costruire professionisti molto efficienti ma poco autonomi e soprattutto, totalmente sostituibili da un’IA che ne saprà sempre più di noi.
