MAURIZIO MARSICO. LA DISCIPLINA DELL’INDISCIPLINA TRA FORMAZIONE, TECNOLOGIA E LIBERTÀ CREATIVA
di Piero Chianura
Compositore, pianista, sperimentatore elettronico e autore difficilmente riconducibile a un solo territorio, Maurizio Marsico attraversa da oltre quarant’anni musica, immagini, performance e cultura popolare. Il Centro di Ricerca Musicale AngelicA, presentando la sua Monofonic Orchestra all’interno dell’edizione 2025 dell’omonimo festival, ne ha ricostruito il percorso a partire dagli esordi dei primi anni Ottanta tra no wave, dada-elettronica, performance, fumetto e design, fino a una ricerca che lo stesso Marsico ha definito «la convergenza del molteplice». Una formula che continua a descriverlo bene.
Lo dimostra anche un esperimento recentissimo come il brano “Lunadimare”, realizzato con Stefano Di Trapani e Mauro Tondini e presentato in due versioni volutamente speculari: una “Fintamente Vera”, eseguita dai musicisti ma accompagnata da immagini generate con l’AI, e una “Autenticamente Falsa”, nella quale le stesse parole e la stessa musica vengono rigenerate dall’intelligenza artificiale, con voce e orchestrazione artificiali. Un gioco concettuale che porta direttamente al centro di questa intervista per MusicEdu: come si forma oggi un musicista in un mondo nel quale strumenti, linguaggi e professioni cambiano continuamente? E come si può utilizzare la tecnologia senza lasciare che sia la tecnologia (o il mercato) a decidere che cosa dobbiamo creare?

MusicEdu Chi insegna oggi nei conservatori, nei licei musicali o nelle accademie deve preparare i ragazzi a un contesto professionale molto più complesso e imprevedibile di un tempo. I percorsi non sono più lineari e spesso ciò che accade dopo la scuola dipende anche dalla capacità personale di aprirsi strade non previste. Il tuo percorso è emblematico da questo punto di vista: formazione accademica, ricerca, popular, musica applicata, immagini, editoria. Che cosa ti ha insegnato questa eterogeneità?
Maurizio Marsico Che prima di tutto serve uno spirito d’iniziativa personale. La mia formazione accademica nasce dal corso di composizione elettronica del Conservatorio di Milano, che già allora era forse uno degli ambiti più orientati al futuro. Ma non mi bastava. Mi interessavano l’etnomusicologia, il jazz: c’era una curiosità quasi febbrile, che credo appartenesse anche a una parte della mia generazione.
Oggi vedo molti ragazzi già focalizzati su un percorso professionale. È comprensibile: il lavoro è fondamentale. Ma conta soprattutto come lo fai e quale strada scopri per arrivarci. L’ideale sarebbe riuscire a fare qualcosa che ci piace davvero. Montanelli diceva del giornalismo che era il mestiere più bello del mondo e che, per di più, lo pagavano.
E poi penso che i lavori più belli siano quelli che ancora non esistono, quelli che nasceranno domani. Nella musica la tecnologia ha sempre aperto possibilità nuove: il passaggio dal clavicembalo al pianoforte ha cambiato la scrittura, l’interpretazione e persino i luoghi della musica. Con l’intelligenza artificiale accadrà probabilmente qualcosa di analogo. La questione sarà capire come relazionarsi con questi strumenti.
MusicEdu La musica contemporanea del secondo Novecento ha però prodotto anche una frattura: da una parte una grande rivoluzione del linguaggio, dall’altra una crescente distanza dal pubblico. Tu hai attraversato quella cultura senza diventare un musicista “accademico” in senso ortodosso. Che cosa teneva insieme la tua preparazione e il desiderio di muoverti anche in territori popular?
Maurizio Marsico Sono sempre stato caratterialmente refrattario alle ortodossie e alle “chiese”, anche a quelle dell’avanguardia. Però non ridurrei tutta la musica contemporanea all’accademia post-seriale. L’influenza americana, da Cage in poi, ha aperto territori molto diversi e spesso più vicini anche alla sensibilità del rock. Penso a Terry Riley, La Monte Young e a tutta una ricerca sulla ripetizione e sulla percezione.
Naturalmente anche la scuola europea e italiana (Nono, Berio, Maderna, Bussotti, Sciarrino) ha inciso profondamente. A un certo punto, però, una parte di quella ricerca è diventata quasi una moda e talvolta si è allontanata dall’aspetto estatico, fisico, piacevole dell’ascolto. Mi hanno sempre interessato di più le figure difficili da collocare. Rhys Chatham, per esempio, viene percepito come un musicista di rock sperimentale, ma ha una formazione molto diversa alle spalle e ha lavorato con La Monte Young. Arthur Russell attraversava con naturalezza avanguardia, sperimentazione e dance music. Intorno a Robert Ashley e alla Lovely Music c’era un ambiente altrettanto variegato. In Italia, storicamente, è stato più difficile: spesso sembrava necessario stare da una parte o dall’altra. Oggi, fortunatamente, mi pare più naturale attraversare territori differenti.
MusicEdu Forse oggi questa capacità di attraversamento sembra ancora più necessaria. I grandi generi che un tempo identificavano pubblici e comunità si sono frammentati in una quantità di micro-generi e nicchie, spesso digitali. Il musicista rischia di trovarsi più solo. In questo senso l’essere sempre stato, come dici tu, un po’ “sul piano B” appare molto contemporaneo.
Maurizio Marsico Sì, anche perché ho sempre tenuto abbastanza separato il lavoro che mi permetteva di vivere dalla musica che volevo fare senza vincoli. Ho lavorato molto nella pubblicità, nella musica per immagini, nella moda, nei documentari. Era un mestiere e mi dava anche accesso a studi di registrazione e strumenti che altrimenti non avrei potuto permettermi. Negli stessi studi, mentre lavoravo su commissione, potevo sperimentare e realizzare le mie cose.
Per me quella era una forma di artigianato funzionale, non necessariamente arte. Non lo dico in senso dispregiativo: semplicemente artista e artigiano rispondono a logiche diverse. In precedenza avevo avuto anche esperienze discografiche fortunate, dall’Italian Records alla Baby Records, ma ho capito presto che non volevo far dipendere la mia libertà creativa dalla promessa di un successo discografico.
MusicEdu Eppure il lavoro sulle immagini ha inevitabilmente alimentato anche il tuo modo di pensare la musica.
Maurizio Marsico Certamente. Mi ha insegnato, per esempio, quanto possa essere limitante un uso semplicemente descrittivo della musica nel cinema. La musica per immagini funziona davvero quando crea un sottotesto, quando dice ciò che l’immagine o il dialogo non dicono.
Morricone è un esempio straordinario. Penso all’inizio di C’era una volta il West, dove per molti minuti non c’è musica nel senso tradizionale: ci sono rumori, silenzi, una mosca, il paesaggio sonoro. Eppure quel lavoro sul suono è, per me, profondamente “morriconiano”. La sua forza stava anche nel mettere in relazione elementi sonori, timbri, rumori ed emozioni senza limitarsi a sottolineare ciò che già vedevamo.
In molto cinema spettacolare contemporaneo, invece, musica e sound design tendono spesso a sincronizzarsi continuamente con l’azione. Tutto corre, tutto deve essere immediatamente leggibile. La musica diventa più interessante quando la narrazione le lascia lo spazio per essere la voce di ciò che non viene detto.

MusicEdu Nel tuo ultimo disco !?, però, sembri fare quasi il contrario: non vuoi suggerire immagini o significati, non dai neppure titoli ai brani. Perché?
Maurizio Marsico Proprio perché volevo togliere gli indizi. Sarebbe stato facilissimo titolare quelle musiche e orientare l’ascoltatore verso un’immagine o un racconto. Invece mi interessava che ciascuno potesse scoprire il disco e costruirsi una propria idea.
C’è anche una piccola polemica contro la necessità di appiccicare sempre qualcosa alla musica. Pensiamo alla Quinta di Beethoven e alla celebre immagine del “destino che bussa alla porta”: è diventata quasi inseparabile da quelle quattro note, ma quelle note sono innanzitutto una magnifica soluzione musicale. Le emozioni possono nascere dalla musica senza bisogno di una sovrastruttura narrativa. Tra musicisti, del resto, spesso si parla in modo molto concreto: di un suono, di uno strumento, di una soluzione tecnica. Immagino che anche Beethoven con altri musicisti parlasse di problemi e soluzioni, non necessariamente del destino. Quello che scopri lavorando entra nel tuo vocabolario. Un giovane artista dovrebbe preoccuparsi prima di tutto di costruire quel vocabolario, non di spiegare continuamente ciò che significa.
MusicEdu Ma il pubblico, e anche la critica, hanno bisogno di appigli per parlare della musica. Le parole servono inevitabilmente a tradurre qualcosa che nasce fuori dalle parole.
Maurizio Marsico È vero. Da musicista, certe spiegazioni mi sembrano spesso riduttive e noiose, ma capisco che il pubblico abbia bisogno di ganci. Il problema è non confondere il gancio con la musica. Io, quando compongo, non parto da una spiegazione. Posso usare un genere, oppure mettere due generi in contrasto, esattamente come userei uno strumento o un timbro. Mi interessa arrivare a quel momento in cui ti chiedi: “Che cos’è questa cosa?”. È una domanda che mi accompagna dai primi dischi fino a oggi. A volte inserisco perfino elementi che, presi isolatamente, non appartengono affatto ai miei gusti. Se trovo un suono che ricorda un certo tipo di elettronica che normalmente non ascolterei, ma in quel brano funziona, perché no? “Perché no?” è una domanda che mi ha portato spesso in territori che non avrei scoperto altrimenti. Il pregiudizio, anche estetico, può diventare un limite.
MusicEdu Quindi anche i tuoi dischi finiscono per sorprenderti.
Maurizio Marsico Assolutamente. Questo, senza titoli, sorprende persino me: dopo due minuti a volte non so più quale brano sto ascoltando! È successa una cosa molto divertente durante un’intervista radiofonica: l’intervistatore descriveva un pezzo pensando a un brano e io gli rispondevo pensando a un altro. Le nostre descrizioni coincidevano perfettamente… sul pezzo sbagliato. Ho pensato: finalmente sono riuscito nell’intento!
MusicEdu È un cortocircuito perfetto: la critica cerca appigli per raccontare la musica e qui persino chi l’ha composta perde il riferimento. Ma questo ci porta a un’altra questione: quanto deve pesare il mercato sul progetto di un giovane musicista?
Maurizio Marsico Il rischio è asservirsi a qualcosa che non offre nemmeno una garanzia. Se lavoro per un committente che mi chiede una musica con una funzione precisa, almeno il rapporto è chiaro. Se invece modifico ciò che sono per inseguire un ipotetico mercato, posso perdere libertà senza ottenere nulla in cambio. Io ho sempre preferito un’altra soluzione: fare il lavoro che mi permette di vivere e conservare uno spazio nel quale realizzare la musica che voglio. Philip Glass, in un altro contesto e con un rigore completamente diverso dal mio, per un periodo ha fatto anche il taxista. La sua musica non doveva necessariamente piegarsi per mantenerlo.
Io, naturalmente, sono molto meno rigoroso di Glass: sono curioso, voglio provare cose che non conosco. Potrei dire che ho una disciplina dell’indisciplina. Ma proprio per questo penso che non basti essere “bravi ragazzi”, fare tutto correttamente e seguire la formula. Prima o poi quella formula chiederà di essere ripetuta, e un artista dovrà decidere se diventare una macchina o tradirla.
MusicEdu Anche per questo, parlando ai giovani, val la pena di insistere sull’interdisciplinarità: uscire dal solo mondo discografico può aprire occasioni professionali impreviste e, soprattutto, impedire di fissarsi su una formula.
Maurizio Marsico Sì. E credo che la tecnologia vada affrontata nello stesso modo. Se l’intelligenza artificiale o altri strumenti servono semplicemente a riprodurre più velocemente una formula, il rischio è schiacciarsi sulla macchina. Era già possibile farlo con il computer, con Pro Tools, con qualsiasi tecnologia che automatizza una parte del lavoro. La differenza interessante sta nel modo in cui un essere umano interagisce con quegli strumenti. Finché questa differenza esiste, vale la pena renderla evidente. La tecnologia può anche generare linguaggi e generi nuovi, ma deve restare dentro una curiosità umana, non sostituirla.

MusicEdu Torniamo allora alla parola “progetto”. Il tuo nuovo disco aveva un’idea iniziale molto precisa, ma il risultato è andato altrove. A che cosa serve progettare, se poi l’opera può trasformarsi completamente?
Maurizio Marsico Bisogna distinguere il progetto artistico dal “progetto” come parola della discografia. Quando qualcuno dice: “Non portarmi una canzone, portami un progetto”, spesso sta già pensando a come trasformare quella cosa in un prodotto. Per me il progetto è un’altra cosa: è il passaggio dal germe dell’idea alla sua germinazione.
Il disco I?, per esempio, è nato dalla “Follia”, la danza antica con una struttura armonica ripresa nei secoli da moltissimi compositori. La suggestione mi era venuta anche ascoltando Jordi Savall: mi piaceva l’idea di provare qualcosa di analogo con l’elettronica. Ho iniziato a lavorarci, ma a un certo punto quella struttura mi sembrava troppo vincolante e il risultato cominciava a ricordarmi troppo Wendy Carlos. Avevo ingabbiato la musica. Così il progetto ha fatto una specie di inversione a U. Della “Follia” è rimasta l’ispirazione, presente in alcuni brani in maniera più sotterranea che esplicita. Il progetto, per me, è una scintilla: non la gabbia dentro cui devi restare. Il disco si è realizzato facendolo.
MusicEdu Restando sul rapporto tra progetto e tecnologia: oggi strumenti e modalità di produzione cambiano molto velocemente eppure per un giovane compositore o musicista seguire le mode tecnologiche può diventare controproducente: a un certo punto tutti finiscono per usare gli stessi strumenti e gli stessi suoni. Come si mantiene una libertà creativa dentro questa evoluzione?
Maurizio Marsico Molti musicisti hanno utilizzato le tecnologie prima ancora che diventassero strumenti di mercato. Le usavano per giocarci, per manipolare il suono, per fare cose che non avevano nulla a che vedere con il mondo musicale precedente. Pensa ai nastri: prima di diventare una tecnologia consolidata erano un territorio di sperimentazione.
Per me il punto è proprio questo: arriva una tecnologia, ci giochi, scopri che cosa può fare, ma senza perdere il contatto con l’essenza del fare musica. Per noi quell’essenza resta molto legata alla performance, al suonare dal vivo. Una tecnologia funziona finché non cancella il gesto, la presenza e il rapporto con chi ascolta. Lo stesso vale per chi produce musica: puoi lavorare in studio con strumenti che ti consentono di fare moltissimo anche senza una formazione strumentale tradizionale, ma dal vivo devi comunque trovare qualcosa che catturi le persone.
MusicEdu E nello studio di registrazione? Anche lì il rapporto tra tecnologia e musicista è cambiato profondamente.
Maurizio Marsico Certo. È curioso vedere ragazzi abituati a produrre quasi interamente al computer entrare in uno studio e scoprire strumenti che magari non hanno mai utilizzato. Vedono un Moog, lo provano e improvvisamente quel suono entra nel loro disco. In quel momento si richiude, in qualche modo, il cerchio del musicista. Entrare in un luogo pieno di strumenti, incontrare qualcuno che sa usarli, ascoltare un suono che non conoscevi: sono tutte occasioni che possono cambiare una musica. Se il processo diventa soltanto la richiesta di un risultato a una macchina, quella possibilità rischia di scomparire.
MusicEdu Quindi il “fare musica” rimane un’esperienza fisica, oltre che progettuale.
Maurizio Marsico Per me il concerto rimane importantissimo, anche se oggi suono dal vivo meno di un tempo. E se dovessi suggerire due cose a chi insegna musica direi: suonare dal vivo e fare musica d’insieme. Sono fondamentali. E non serve un’orchestra sinfonica: bastano due o tre persone. Il punto è confrontarsi. Quando le cose funzionano nasce qualcosa che è davvero più della somma delle parti. Essere sul palco, suonare cose diverse, trovarsi davanti a pubblici diversi, provare qualcosa che non avevi mai fatto: sono esperienze che ti formano molto più di quanto immagini in quel momento. Da giovane hai anche la faccia tosta necessaria per buttarti.
La gioia del suonare, se non la sperimenti da ragazzo, rischi di non incontrarla più nello stesso modo. Il musicista, alla fine, trasferisce una propria prospettiva sulle emozioni. La tavolozza dell’artista è emotiva: poi diventa suono, note, colori, quello che vuoi.
MusicEdu E la musica d’insieme diventa anche un’esperienza di relazione.
Maurizio Marsico Sì, ed è una delle poche cose che non hanno bisogno di traduzione. La musica, come il cibo o lo sport, permette di condividere qualcosa prima ancora di capirsi a parole. Puoi leggere una partitura insieme, puoi improvvisare insieme, e in quel momento si instaura qualcosa di speciale. La prima volta che sono andato a New York avevo diciannove/vent’anni e mi sono trovato a suonare in situazioni diversissime, con persone con cui parlavo poco e suonavo molto. Quelle esperienze restano. E da ragazzo la gioia di suonare da solo o con gli altri può essere quasi inesprimibile.

MusicEdu Tu hai praticato anche molto l’improvvisazione.
Maurizio Marsico Preferisco parlare di composizione istantanea. Improvvisare non significa che ognuno suona per conto proprio: ascolti gli altri, reagisci, costruisci qualcosa nel momento. A volte si crea una sintonia speciale e nasce una musica che non sarebbe potuta nascere in altro modo.
Anche per questo un percorso esclusivamente accademico non sarebbe stato adatto a me. Mi piace troppa musica diversa, comprese cose apparentemente di cattivo gusto che però, nel loro contesto, hanno perfettamente senso. Non amo il perbenismo musicale e non amo le ortodossie: quando un genere diventa una chiesa, per me comincia il problema.
MusicEdu Questa libertà riguarda anche il modo in cui presenti la tua musica? Penso al disco !? come oggetto, alla sua copertina e all’artwork.
Maurizio Marsico Moltissimo. Il disco per me è anche un feticcio culturale: la copertina e l’artwork fanno parte dell’opera. Sono cose che amo e, in fondo, cerco di fare oggetti che comprerei io. Per il disco !? sono partito da una suggestione molto semplice e poi ne ho parlato con Roberto Da Pozzo, il grafico con cui ho lavorato molte volte anche nella pubblicità. Volevo qualcosa di essenziale, con un carattere vagamente anni Sessanta. Anche qui, però, l’idea iniziale è soltanto l’inizio: poi il progetto prende forma mentre lo fai.
