FILIPPO BERTIPAGLIA. VIVERE LA CHITARRA CON CURIOSITÀ E ABNEGAZIONE
di Piero Chianura
Diplomato in chitarra classica al Conservatorio “A. Buzzolla” di Adria (RO) e chitarra moderna presso il CPM Music Institutedi Milano, dove ha conseguito anche l’attestato di “Preparing for Teaching”, Filippo Bertipaglia è un musicista impegnato a esplorare territori diversi grazie ad almeno due doti che sono fondamentali per un artista contemporaneo: la curiosità e l’abnegazione.


Da poco uscito con Amigdala, un disco di sola chitarra acustica per l’etichetta RayDada con la produzione artistica di Corrado Rustici ( https://musicedu.it/corrado-rustici-alla-ricerca-di-nuove-visioni/ ) e distribuito da EMI /Universal Music, Bertipaglia è già uno stimato musicista. Ha collaborato con importanti nomi della scena internazionale e nazionale (Ian Paice, Eugenio Finardi, Caparezza, Rocco Tanica) partecipando anche ad alcuni musical come Musica Ribelle, Spring Awakening e Sister Act e suonando a importanti eventi con il marchio Trussardi (sfilate), RDS (festival) e Virgin Radio (guitar tutor nel concorso JAM 160).
Dal punto di vista didattico, ha registrato numerosi brani per il software didattico My Guitar Show (Edizioni Mussida Music Publishing), ha trascritto le partiture del metodo Outside Playing for Guitar di Osvaldo Lo Iacono (Edizioni Volontè&Co) e curato le trascrizioni chitarristiche dell’album Interfulgent di Corrado Rustici. Ha partecipato inoltre alle registrazioni allegate al testo didattico per le scuole secondarie di primo grado Prima la Musica vol. B di Nicola Campogrande (Edizioni Lattes) e, argomento principale di questa intervista, è insegnante di ruolo di chitarra in una scuola media della periferia milanese.
MusicEdu Osservando il tuo modo di suonare e ascoltando il tuo disco Amigdala si notano alcuni elementi molto personali che fanno pensare a un tuo percorso formativo non del tutto tradizionale.
Filippo Bertipaglia Da piccolo osservavo mio papà che accompagnava i canti in chiesa suonando la chitarra in maniera estremamente basica. Così, quando poi ho cominciato a suonare anche io la chitarra l’ho fatto allo stesso modo, da autodidatta, tirando giù da solo gli accordi di tutto quello che ascoltavo in radio e dai CD. Questa cosa mi ha permesso di affinare l’orecchio e anche la mia sensibilità, aiutandomi a comprendere qual era la musica che effettivamente mi toccava di più. Quando mio padre ha notato il mio interesse per la musica e che ero anche veloce a imparare, ha deciso di mandarmi prima da un insegnante privato e poi al conservatorio per studiare chitarra classica, cosa che mi ha aperto la mente, anzitutto forgiandomi dal punto di vista della pazienza e abnegazione nei confronti dello strumento, imparando che attraverso il sacrificio e lo studio si arriva a raggiungere un obiettivo. Avevo capito che studiare è un circolo virtuoso che all’inizio è un cammino tortuoso e assolutamente misterioso: osservi una partitura di cui non sai nulla e ti chiedi se ce la farai mai e poi, man mano che inizi a raggiungere un obiettivo, dopo tre giorni, tre settimane o un mese, capisci che ce la puoi fare e ogni volta che lo raggiungi ti farà stare bene. Il percorso, tra l’altro, è sempre più importante della meta, perché ogni volta che scopri qualcosa ti stupisci di quanto sia bella la musica. È un approccio che applico anche nella vita di tutti i giorni, ma dal punto di vista chitarristico e compositivo, mi ha aperto veramente la mente, soprattutto quando studiavo brani che non erano stati scritti per chitarra, nei quali si capiva l’essenza della musica al di là dello strumento. Questa è una cosa che mi ha influenzato tantissimo nella composizione tanto che, più avanti nel tempo, ho iniziato a comporre molto con il computer e basta perché ho deciso che non volevo essere succube della chitarra a livello idiomatico. Ho voluto sempre scrivere quello che avevo in testa per poi vedere che cosa sarei riuscito a fare sulla chitarra. Alcune volte ho dovuto modificare la scrittura per rendere la composizione eseguibile sullo strumento, ma per il resto la tecnica e la chitarra si sono adattate alla musica che avevo in testa, al prezzo di qualche corda accordata diversamente e un uso intensivo degli stretching.
MusicEdu Per adottare questo tipo approccio non vincolato alla tecnica chitarristica, è comunque necessario aver ben chiara in testa la relazione tra scrittura della partitura e diteggiatura e tecniche che ne permettano la corretta esecuzione perché, banalmente, le dita delle mani hanno limiti fisici di movimento sulla tastiera.
Filippo Bertipaglia Sì, ma la storia delle trascrizioni di musica per chitarra è piena di forzature indotte da chi le ha arrangiate per renderne più facile l’esecuzione. Quando lo stesso Segovia ha trascritto per chitarra brani di Sor, in qualche caso si è persino spinto a cambiare delle note perché le considerava sbagliate dal punto di vista armonico. Penso a certe note lunghe tipiche della scrittura pianistica e a certe dinamiche potenti con note che si accavallano tra di loro. Ecco, molti chitarristi considerano questi passaggi impossibili da eseguire su una chitarra e quindi li modificano. Se provassero invece a rispettare la musica che sta dietro a quelle note scritte per chitarra, cercando di rispettare quello che è stato pensato in origine dal compositore, potremmo adottare soluzioni diverse, inizialmente ostiche da eseguire, ma che poi un po’ alla volta, ascoltando la bellezza del risultato, diventerebbero più naturali. Anche un esecutore dovrebbe sempre farlo quando legge una partitura per chitarra, però tanti chitarristi, anche molto famosi, tendono a semplificare per evitare di sbagliare dal vivo.
MusicEdu Questo voler prendere dei rischi rende anche più viva e interessante l’esecuzione delle composizioni dal vivo, ma anche nelle registrazioni in studio, come è accaduto nella produzione del tuo disco, fatta senza manipolazioni e montaggi di take in post-produzione. Quello che si ascolta appare reale come se fosse suonato dal vivo.
Filippo Bertipaglia La produzione del mio disco da parte di Corrado Rustici è avvenuta in un modo molto interessante proprio da questo punto di vista. Dopo il nostro primo incontro in occasione di un mio concerto, ci siamo sentiti molto senza vederci di persona perché lui non vive in Italia. Corrado ha sempre avuto un rispetto incredibile nei confronti del mio lavoro, pur aiutandomi a mettere a fuoco le idee delle composizioni. Mi viene in mente spesso la sua metafora della vasca: se stai nuotando all’interno di una vasca di un parco acquatico, cerca di conoscere al meglio quella vasca, anziché spostarti da quella vasca alle altre ogni minuto. L’obiettivo è mungere l’idea, che poi è in sostanza l’esposizione e l’elaborazione di un tema in una composizione. La seconda volta che ho incontrato Corrado di persona è stata quando sono andato a registrare da lui e la cosa interessante che dicevo all’inizio è stata proprio l’aver mantenuto quasi sempre le prime take, a parte qualche taglio. Era vero che più suonavo e più diventavo pulito, ma via via iniziava a mancare l’intenzione iniziale, soprattutto a livello di dinamica. Nella chitarra, più controlli l’esecuzione e più suoni pulito perché non sei costretto a premere sulle corde e forzare con la mano destra. Nelle take iniziali a me sembrava che suonassi peggio, ma lui mi tranquillizzava dicendo che c’era più “musica”. Da questo punto di vista è stata una bella sorpresa. Dal vivo poi le cose cambiano, perché devi essere pronto per dare il massimo in un’esecuzione non ripetibile e siccome per me il punto di arrivo è la registrazione dal vivo, è chiaro che devo arrivare con il pezzo già metabolizzato. Considera che, prima di registrare, alcuni pezzi ho finito di arrangiarli qualche settimana prima di entrare in studio da Corrado, quindi ero abbastanza acerbo.

MusicEdu Nei brani su disco c’è un utilizzo dei riverberi e dei delay molto spinto, direi tipico delle produzioni di Corrado Rustici. Ci sono alcuni brani in cui è come se i riverberi fossero proprio elementi scritti in partitura.
Filippo Bertipaglia A me sono sempre piaciuti moltissimo gli effetti di ambiente e di modulazione che uso da sempre con la chitarra elettrica. In realtà, è stato Corrado a consigliarmi di spostarmi sull’acustica perché quando gli avevo fatto ascoltare le mie prima idee con l’elettrica, il rischio era che il progetto rientrasse nel calderone del genere jazz/fusion, mentre lui considerava il mio stile molto più personale. Però quando ho composto i brani, li ho pensati subito in un ambiente riverberato e anche con degli effetti che in qualche maniera esaltassero il mio messaggio. Poi Corrado ha un gusto per gli effetti pazzesco.
MusicEdu Quando usi effetti che aggiungono molta coda al suono cambia anche la relazione con lo strumento acustico mentre lo suoni, perché magari allarghi il tempo per far risuonare un riverbero.
Filippo Bertipaglia Assolutamente, e conosco dei chitarristi acustici anche molto famosi che non riuscirebbero quasi a suonare senza riverbero. Per quanto mi riguarda, invece, anche se dal vivo certi effetti di modulazione sono necessari perché fanno parte della composizione, quando suono ho bisogno di avere lo stesso suono che ho catturato nella mia testa per poterlo veicolare anche senza riverbero, usando la tecnica per ottenere un certo timbro, più sustain, ecc.
MusicEdu Parliamo di didattica. So che insegni musica in una scuola media.
Filippo Bertipaglia Da qualche anno sono di ruolo all’Istituto Comprensivo Ilaria Alpi di Milano come insegnante di chitarra. Prima di entrare nella scuola pubblica insegnavo privatamente solo se trovavo allievi motivati e veramente bravi. Ho cominciato a insegnare da precario cambiando scuola ogni anno, fino a quando sono entrato in ruolo ed è scattato qualcosa che mi ha portato a dare il meglio di me come insegnante, consapevole che avrei potuto finalmente seguire i ragazzi dal primo all’ultimo anno scolastico. Così ho iniziato a lavorare con loro cercando di coinvolgerli nello studio dello strumento. Penso infatti che ci voglia abnegazione non solo per imparare a suonare uno strumento, ma anche per insegnarlo. È naturale che all’inizio sia difficile, ma nel momento in cui capisci qual è la modalità di apprendimento di ogni singolo ragazzo, soprattutto in prima media, quando è ancora spaventato, bisogna creargli un ambiente in cui si senta a suo agio, come se fosse a casa sua e questo è già un punto di partenza basilare. Poi quando prende in mano lo strumento, bisogna farlo lavorare, ma con intelligenza. Per esempio, ora li sto facendo lavorare su trascrizioni per chitarra di brani orchestrali presi dalla colonna sonora che John Williams ha scritto per Hook. Capitan Uncino di Steven Spielberg con Robin Williams e Dustin Hoffman. La storia di Peter Pan offre anche la possibilità di sviscerare il racconto dal punto di vista interdisciplinare, anche con analisi psicologiche utili per la formazione di ragazzini di quell’età. Dal punto di vista musicale, quello di Williams è un lavoro incredibile. Per trascrivere le parti ho fatto molto lavoro ma per me non è stata una perdita di tempo perché io per primo ho imparato delle cose. Detto questo, se tu insegni ai ragazzi come muovere le dita nel micro-dettaglio e gli dai l’entusiasmo che ci vuole per suonare, ti assicuro che fanno i miracoli. Io dico che i limiti se li pone spesso l’insegnante e che se portiamo i ragazzi a suonare musiche che di solito noi consideriamo complicate per il loro livello, la mancanza di paragoni da parte loro li auto-convince che è possibile raggiungere gli obiettivi richiesti. È chiaro che non posso fargli suonare Ginastera o Bach, ma se parti con cose il più possibile vicine ai loro gusti e alle loro inclinazioni musicali, insegnandogli l’impostazione basilare sullo strumento, loro ti seguono con entusiasmo e così si crea anche una buona nomea per la scuola per quanto riguarda l’ordinamento musicale. Una cosa però importante che io evito sempre, quando uno studente esegue un brano durante le prove in classe, è commentare evidenziando le cose che non andavano bene e non quelle positive. Bisogna sempre partire dalle cose che sono andate bene e poi dare consigli per correggere gli errori. E più fai così, più lui sarà automaticamente propenso a fare di più, perché gli hai “acceso” della dopamina. Un’altra cosa che faccio fare ai ragazzi è cantare tantissimo perché il miglior strumento di apprendimento è il canto, che tra l’altro aiuta anche a essere più sicuri di sé perché ti libera. Poi devo dire che, quando si passa dalle lezioni individuali a quelle di gruppo finalizzate all’esecuzione in orchestra, anche gli altri colleghi di strumento sono fantastici e si è creata una bella squadra.

MusicEdu Fai riferimento a qualche metodo di insegnamento noto o ne usi uno tuo che hai assimilato nel tuo personale percorso di apprendimento prima di rimodularlo sui ragazzi?
Filippo Bertipaglia Un po’ parto dal mio personale, perché per me è importantissimo che anche loro affinino l’orecchio come ho fatto io. Noto spesso che quelli che leggono benissimo e contano le battute, poi non sentono la musica, non capiscono le dinamiche. Per quanto riguarda gli altri metodi, in passato ho lavorato con il metodo Yamaha, il cui principio era corretto e cioè che la musica si apprende per assimilazione. Dalla pandemia in poi lavoro molto in modalità flipped classrom, cioè preparo dei video in cui spiego quello che abbiamo fatto in classe e così i ragazzi possono ripassare le lezioni. In realtà, dopo il primo anno di video mi sono reso conto che suonavano benissimo ma non avevano imparato a leggere le note sullo spartito e la lettura vuol dire autonomia. Così da un po’ di anni li faccio leggere fin da subito in parallelo all’affinamento dell’orecchio. Ci sono poi alcuni ragazzini che arrivano invece dalle scuole Suzuki, un altro metodo incredibile da cui ho pensato di ricavare qualche spunto per le mie lezioni.
MusicEdu È interessante la cosa che hai detto riguardo l’importanza della gratificazione al posto della mortificazione, perché in una scuola media non stiamo ancora coltivando l’eccellenza, ma stiamo facendo fare ai ragazzi un’esperienza musicale positiva che forma anzitutto persone, non ancora musicisti, portando loro benessere.
Filippo Bertipaglia La cosa ancora più interessante della scuola media musicale è anche che questi ragazzini poi suonano in un’orchestra, dove imparano a convivere con gli altri, ad ascoltarsi e a rispettarsi. Si tratta di educazione civica. E i ragazzi che escono da una scuola media dopo aver fatto questa esperienza hanno una sensibilità maggiore rispetto alla media degli altri studenti.
MusicEdu Finito l’anno scolastico, immagino che tu sia nuovamente concentrato sulla promozione del disco…
Filippo Bertipaglia Sì. Sia attraverso le masterclass in cui racconto come ho composto i brani e la mia tecnica esecutiva, sia suonando il più possibile dal vivo e voglio farlo al meglio perché ho grande rispetto per le persone che pagano per venirmi ad ascoltare. E non dico dal punto di vista tecnico, ma musicale. Per esempio, di recente sono andato a vedere un concerto di Kazuhito Yamashita, un chitarrista giapponese morto da poco. Saremo stati una ventina ad ascoltarlo e lui era uno dei più grandi chitarristi classici del mondo, un virtuoso incredibile, che però cambiava continuamente repertorio. Ebbene, quella sera aveva sbagliato tantissimo, ma ti assicuro che la musica era talmente bella che mi viene ancora la pelle d’oca a parlarne. Per spiegarmi meglio, cito sempre un aneddoto raccontato in un’intervista da Mark Hamill, l’attore di Luke Skywalker nella trilogia di Star Wars, sulle riprese del primo episodio. La scena è quella in cui i protagonisti sono appena usciti dalla discarica e durante le riprese Mark ferma tutto perché non era realistico che, appena uscito da una discarica, fosse pulito e senza alcun segno di sporcizia addosso. Fu Harrison Ford a rispondergli che, se guardando il suo film, il pubblico avesse notato questo tipo di dettagli, avrebbe voluto dire che il film era una ciofeca terribile. Questo aneddoto mi ha fatto pensare che, effettivamente, se il pubblico a un mio concerto nota che io sbaglio, significa che musicalmente non sto offrendo un gran contenuto. Poi è chiaro che voglio che tutto sia a fuoco, anche perché vengo da un percorso di studi classico in cui ho studiato le tecnica tutta la vita.
