LA CONDUCTION DI BUTCH MORRIS. L’INTEGRAZIONE TRA LIBERTÀ IMMAGINATIVA E CONTROLLO COMPETENTE
di Anna Laura Longo *
La conduction è uno strumento di investigazione e di sperimentazione musicale ma è anche una forma mentis da assorbire e da adottare. Lawrence D. Butch Morris (1947-2013) ne è stato l’ideatore e il principale divulgatore a livello internazionale.


Per la LIM (LIbreria Musicale Italiana) è apparso nel 2024 un volume che porta un titolo eloquente: L’arte della conduction, a cura di Daniela Veronesi e inserito nell’elegante collana denominata “I Manuali” (numero 24). Si tratta di 217 pagine che constano di vibranti testimonianze, circondate da una delicata premura, sul piano della necessità divulgativa.
Howard Mandel ne firma la prefazione ribadendo, sin da subito, la necessità di un’integrazione bilanciata tra libertà immaginativa e controllo competente, per creare risultati infiniti nelle “tessiture sonore” e nelle pratiche realizzative musicali vere e proprie. L’attenzione prioritaria, nel libro, è comunque rivolta al lessico di indicazioni visive ovvero l’insieme di gesti e segni ideati e messi a punto per la composizione creativa in contesti improvvisativi di gruppo. Il tutto animato da un principio che sia in grado di far convergere i singoli verso obiettivi comuni.
Morris in fondo è stato costantemente interessato a questo aspetto e al mantenimento della libertà individuale dei componenti. Attraverso la conduction si dà modo di ampliare le funzioni compositive del direttore d’orchestra e, al contempo, quelle dei componenti dell’ensemble, per raggiungere un risultato oltremodo sinergico, messo in risalto grazie alla possibilità di decidere dei contenuti musicali sul momento. Una delle preoccupazioni principali di Morris è stata quella di colmare la distanza tra scrittura e realizzazione. L’insieme delle soluzioni e delle proposte gestuali è di certo radicato nel percorso dell’antica chironomia, l’arte di dirigere con il movimento delle mani. Lo scopo sommario è evidentemente quello di “dimostrare visivamente” le idee sonore. La forma musicale, a fronte di tutto ciò, emerge o tende a emergere da sola e l’attivazione sonora ha luogo senza alcuna predeterminazione.
I traguardi di Morris hanno fatto il giro del mondo. Egli ha lavorato a lungo e seriamente prima di giungere a conclusioni vere e proprie, tese a sviluppare soluzioni sonore fondate sull’immaginazione collettiva. Il termine conduction rimanda sia alla “conducted improvisation” (improvvisazione eterodiretta) sia all’aspetto fisico della comunicazione e del calore. E il tutto risulta essere anche un terreno di proiezioni sociali. “Pensare di poter esercitare il controllo totale su un’esplosione musicale o su un passaggio della storia significa essere illusi e/o tiranni” (questa una frase estrapolata dal libro). Ad ogni modo l’integrazione tra libertà immaginativa e controllo competente (come già detto) va a produrre un’infinità di risultati possibili. Nella sezione “Ringraziamenti” del testo, Daniela Veronesi ricorda come la conduction ponga delle sfide costanti alle o agli interpreti. A seguire firma anche un’ampia introduzione, nella quale sottolinea come sia stato importante mettere a disposizione della pratica e dell’educazione musicale i principi di fondo, senza tuttavia pervenire a una standardizzazione e soprattutto vedendo l’insieme come un sistema obiettivo. Morris tale sistema lo ha impostato e seguito gradatamente, ma con grande determinazione.
Il libro è strutturato in sette capitoli. I processi decisionali collettivi sono portati alla ribalta e visti come fondanti, alimentando numerose riflessioni sulle possibili interazioni musicali. Da questo punto di vista il suggerimento è quello di mantenere viva “l’apertura interpretativa”, all’insegna della permeabilità.
La versione italiana poggia naturalmente su quella americana di lingua inglese, precedentemente pubblicata. Nelle pagine si offre la possibilità di esplorare i contenuti in maniera agile e progressiva. Le illustrazioni di Massimo Golfieri, basate su materiali fotografici, arricchiscono validamente l’insieme. Tra gli ulteriori contributi da citare c’è quello di J.A. Deane, il quale rammenta (tra le tante lezioni seguite) quella in cui risultò davvero intenso (e circoscritto) il momento della scoperta che “il suono è energia”. E a seguire viene ribadita l’importanza della libertà e responsabilità per lo strumentista di esprimere una propria voce all’interno del suono di insieme, mentre vengono mantenute vive le componenti strutturali da parte del direttore. Da ambedue le parti possono dunque essere “accese” delle interessanti possibilità di meraviglia.
Viene anche ricordato come Morris tendesse a evitare l’eccesso di definizione, chiarendo tuttavia il concetto basilare di struttura e contenuti. L’interpretazione diviene in tal senso la manifestazione sonora di un segno. Dunque è presente un continuo scambio energetico tra il simbolico e il sonoro. Allan Graubard fa riferimento a una vera e propria esplorazione di un linguggio permeato dei colori e delle risonanze dell’evento.
La conduction è stata impiegata anche sulla base di un testo o di un libretto. E così le potenzialità di un interscambio intenso e diretto hanno portato a stretto contatto la parola e il suono, con mutamenti emozionanti all’interno della proiezione collettiva.
Procedendo in avanti, Mario Gamba parla dei criteri di riconoscibilità dei tratti di Morris, passando poi a descrivere “l’impero dei segni” che è, anche, l’impero dei sensi. Abbiamo anche un riferimento all’indifferenza per la narratività, elemento questo che, secondo Gamba, va ad avvicinare Morris a personaggi come Webern, Ligeti, Feldman. I frammenti di materia sonora dunque non mirano affatto al “racconto”.
Luca Canini fa emergere “la storia di dedizione e scoperta” di Morris: un percorso umano e artistico tra i più singolari. Aggiungendo molti dettagli sulle frequentazioni musicali, a partire dal periodo di formazione per arrivare al crescendo di esibizioni e ingaggi, tra festival, teatri e rassegne. Situazioni decisive per l’affermarsi di uno stile musicale al contempo fascinoso, inquietante, astratto e fortemente coerente.
Infine Ludovico Peroni, nel paragrafo intitolato Problemi di “Conduction” in Italia, propone alcune osservazioni particolareggiate sulle specificità culturali italiane, che tendono a generare alcune confusioni terminologiche e, più ampiamente, delle distorsioni sull’uso o sulla ricezione dell’improvvisazione condotta. L’invito è quello di rileggere il contributo di Morris, per poter valorizzare specificamente gli aspetti del suo fare musicale, affinché possa arrivare a essere compreso appieno. In modo particolare sarà necessario chiarire le ragioni storiche che hanno spinto Morris alla sperimentazione del sistema gestuale in questione.

Desidero in conclusione riportare un aneddoto di carattere personale, che non mi ha lasciata di certo indifferente. Ho avuto modo di assorbire l’energia potente del conductor americano durante un concerto svoltosi nel Teatro Lauro Rossi di Macerata, durante la Rassegna di Nuova Musica del 2011 (va sottolineato che possiamo trovare traccia di tutte le conduction realizzate in una sezione conclusiva del libro, che va a snodarsi a partire da pag.184 sino a pag.207). Ho un ricordo davvero indelebile dell’incontro vissuto, una vivida traccia sprigionata dalla fisionomia magnetica e originale di Butch Morris. Potrei definirlo un “alone di profondità”. C’è infatti, in taluni casi, un fascino molto singolare e catturante che può scaturire (e quindi riguardare) la natura umana in sé. Di questo vale la pena preservare un’impronta, che abbia un carattere di certo significativo. Resta da dire che dalla lettura e da ogni approfondimento ulteriore sulla conduction di Morris potranno generarsi riflessioni davvero ampliate. Esse potranno ruotare agilmente intorno alla natura dell’indeterminatezza dei processi e, inoltre, soffermarsi sul fascino riguardante le possibili interdipendenze artistiche e musicali, in riferimento alla contemporaneità. Una varietà di costellazioni sonore è immaginabile ma, soprattutto, può considerarsi desiderabile una costruzione di un vero e proprio innesco sonoro condiviso.
* Anna Laura Longo è pianista-performer, artista visiva, poetessa, saggista, addentrata nella creazione artistica in senso multidisciplinare, mediante una progettualità di carattere composito, con indagini riguardanti le relazioni tra suono e strumento, scrittura e gestualità, aspetti visuali e performativi.
