L’ESSENZA DELLA LIBERTÀ. INTERVISTA A LÉA FREIRE

di Paula Acosta

Quando faccio bene qualcosa, sto semplicemente ripetendo ciò che già esisteva. Quando sbaglio, faccio spazio al nuovo, e questo mi piace.” 
Pur non comparendo nel documentario pluripremiato A música natureza di Léa Freire, presentato il 5 novembre all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano per il festival Agenda Brasil, questa dichiarazione resta la preferita del cineasta Lucas Weglinski, tra tutte quelle già rese dall’artista omaggiata nel film.

Léa Freire (foto: Caroline Bittencourt)

Il regista è venuto a conoscenza di queste parole solo dopo la realizzazione del lungometraggio e il suo apprezzamento è comprensibile se si entra in contatto con il lavoro e le scelte di vita di Léa Freire. La compositrice, arrangiatrice, flautista, pianista e discografica brasiliana, nei suoi 68 anni di età e 50 di carriera, non ha mai avuto paura di rischiare. Dai primi studi di pianoforte classico a sette anni è passata al flauto dolce e poi al traverso, ha imparato a suonare la chitarra, insegnato e si è dedicata anche alla composizione. Dalla musica erudita è approdata ai ritmi popolari brasiliani e al jazz, costruendo un ponte tra generi diversi e definendo un personale universo espressivo.

Guidata dalla percezione, dal valore della condivisione e dal rifiuto alle scorciatoie, ha sviluppato un talento raro. Più recentemente ha composto sinfonie, confermando ancora che è possibile rompere schemi.
E pensare che per 11 anni Léa è uscita dal circuito musicale divenendo manager aziendale. Il periodo lontano dalla sua passione le ha procurato problemi di salute. “La cura” suggerita dal medico non poteva essere più azzeccata: tornare a suonare. Lei ha fatto questo e altro: ha fondato l’etichetta discografica Maritaca, con cui nel 1997 ha pubblicato il suo primo album (“Ninhal”) offrendo anche spazio a diversi artisti, soprattutto a quelli impegnati nella musica strumentale.
Di passaggio a Milano con Weglinski per la proiezione del documentario (che ha già ricevuto 13 riconoscimenti internazionali) Léa ha rilasciato un’intervista esclusiva a MusicEdu, prima di muoversi verso Frosinone dove ha tenuto un laboratorio presso il Conservatorio Licinio Refice sul tema della percezione per l’improvvisazione, seguito da una seconda presentazione del film in occasione di Agenda Brasil Roma e infine il rientro a San Paolo. 
La musicista coraggiosa è una donna dalla voce tranquilla, che trasmette simpatia e sicurezza.

MusicEdu Cosa possono aspettarsi i partecipanti al suo laboratorio al conservatorio di Frosinone?
Léa Freire Sarà una lezione senza strumenti: musica fatta con l’udito, percezione. Sapere cosa sta succedendo, in linguaggio musicale, dentro il proprio cervello. Quando gli altri suonano, è importante capire quale nota è per poter partecipare alle gig, per interagire senza suonare solo con gli occhi, bisogna suonare con l’udito. Nel laboratorio facciamo uscire le persone dalla zona di comfort per perdere la paura di improvvisare. Questa è la barriera principale, soprattutto per le donne perché, purtroppo, nella nostra società, alle donne non è permesso sbagliare. Ci saranno movimenti e, a seconda del pubblico, diventeranno più difficili o più facili. Non c’è nessun prerequisito: non serve nemmeno essere musicisti. Basta conoscere la scala diatonica.

MusicEdu Anche nel documentario lei parla di percezione.
Léa Freire Ci sono persone che nascono con l’orecchio perfettamente intonato. Il mio no, è relativo. Quindi, se conosco una nota, so trovare le altre. Ho bisogno di un riferimento per  stabilire le relazioni.

MusicEdu Il maschilismo che ancora domina il mondo della musica è un tema importante nel film. Lei riferisce che, nella EMESP Tom Jobim (Scuola di Musica dello Stato di San Paolo) il 60% degli iscritti è donna, ma solo il 15% di queste riesce a diplomarsi. Quali sono i pregiudizi esistenti ancora e che cosa direbbe alle musiciste?
Léa Freire Una donna artista è ancora vista come una poco di buono. C’è molta misoginia, anche femminile. I pregiudizi sono tanti, incluso quello legato alla professione stessa, che colpisce uomini e donne: “Sei musicista, ma cosa fai davvero?” Come se non fosse un vero lavoro. Come consiglio, direi alle donne di cercare persone non nocive con cui suonare. Anche stabilire una sorellanza con altre musiciste, oltre a produrre il proprio lavoro. Bisogna passare dalla posizione di “essere chiamata dai ragazzi” a quella, invece, di “chiamarli”. Io ho fatto così e ha funzionato: come titolare dei concerti, decido chi chiamare, cosa suonare e non dipendo da nessuno. Oggi, d’altronde, il musicista deve seguire tutte le fasi: essere produttore, promotore, saper mettere la musica in rete, fare comunicazione, video.

MusicEdu Come vede la trasformazione del mondo musicale? La musica si ascolta su internet, i CD non si vendono quasi più, i vinili sono di nicchia…
Léa Freire È una cosa inesorabile. Bisogna essere connessi con ciò che accade. Se questo soddisfa la gente perché è quello che abbiamo, ok. Ma io resto per il vinile. Ricordo inserti meravigliosi dove si leggeva chi aveva fatto cosa. Oggi, per scoprire chi ha suonato il trombone in una traccia, devi essere una specie di Sherlock Holmes.

MusicEdu E la questione dei diritti, considerando anche la diffusione della musica attraverso l’internet?
Léa Freire Pagano pochissimo. Anche prima non hanno mai pagato correttamente i diritti d’autore. È sempre stata una miseria, soprattutto in America Latina. Negli Stati Uniti ancora si riceve qualcosa, ma in Brasile pagano quasi nulla. Le grandi case editrici controllano il sistema di raccolta e vogliono che gli indipendenti si arrangino. Quindi devi anche fare un lavoro di vigilanza all’interno delle associazioni per farti pagare. Siccome adesso la mia musica è tutta disponibile gratuitamente, non guadagno io e non guadagnano loro.

MusicEdu Lei ha affermato: “C’è chi si compra uno yacht, chi si compra un’auto di lusso. Io ho deciso di investire una parte della mia eredità in musica”, e ha creato la Maritaca. È felice della sua scelta?
Léa Freire Moltissimo. E sono super rilassata riguardo al riconoscimento. Credo che il successo sia fare ciò che ti piace e pagare le bollette. Ho sempre fatto tutto ciò che volevo, non ho nulla di cui lamentarmi. Sto benissimo. A parte dimagrire, sono riuscita a fare tutto.

MusicEdu Crede di aver pagato un prezzo per questa libertà?
Léa Freire Certo, niente è gratis in questa vita. Bisogna imparare da quel discorso sulle persone nocive. È importante ripulire l’agenda, invece di accumulare finti amici. A volte abbiamo paura di fare questi tagli, ma io lo consiglio. Non ha senso attraversare la vita rovinandosi l’umore.

MusicEdu Per quanto si pensi all’arte, alla bellezza, l’ambiente della musica non è facile, quindi?
Léa Freire Niente è facile. Ovunque c’è gente matta, disonesta, pesante o noiosa. La musica non è un’eccezione. A volte le persone sono molto competitive, cosa che io davvero non sono mai stata. Io non voglio suonare “contro”, voglio suonare “con”. Questa cosa della percezione è importante perché se tu riesci a fare ciò che hai in testa, non devi competere con nessuno, quello è unico, solo tuo. E chi ti ascolta riconoscerà che sei tu.

MusicEdu Nel film si vede la sorellanza nel suo incontro con Alaíde Costa, che era già un nome rilevante della musica brasiliana. Poi altre musiciste parlano del suo lavoro con ammirazione e suonano la sua musica. Come si sente con queste testimonianze?
Léa Freire È una delizia! È bello vedere le persone a loro agio mentre suonano. Dobbiamo essere felici, giocare, “to play” come si dice in inglese, non soffrire. Nonostante le difficoltà, oggi ci sono più donne che suonano. A San Paolo, all’inizio della mia carriera, ce n’erano cinque in quest’area del jazz. Ora ce ne saranno centinaia. Anche grazie all’EMESP trovi ormai un sacco di contrabbassiste, tromboniste, trombettiste. Prima le donne suonavano flauto, violoncello e pianoforte, quelli erano gli strumenti “permessi”. Ora suonano di tutto.

MusicEdu Lei ha suonato dappertutto, perfino nei riformatori.
Léa Freire In passato facevamo alcuni concerti con Alaíde Costa a San Paolo, durante gli incontri annuali dell’antica FEBEM (Fondazione Statale per il Benessere del Minore). Oggi si chiama “Fundação CASA” – Fondazione Centro di Assistenza Socioeducativa per Adolescenti, e il “Guri” (progetto che promuove l’inclusione sociale di bambini e adolescenti attraverso l’educazione musicale, con lezioni gratuite di vari strumenti, NdR) è riuscito a entrare anche in questi riformatori. Di recente abbiamo presentato il documentario in un’unità femminile, nella zona nord di San Paolo… è come una prigione vera e propria. Dopo la proiezione, le ragazze, circa 50, hanno partecipato molto. La presenza del progetto Guri in questa struttura può rappresentare una via di uscita per loro. 

MusicEdu Questo film viene proiettando anche nelle scuole?
Lucas Weglinski È stato proiettato nei CEUs (Centri Educativi Unificati) a San Paolo e in alcune scuole di musica.

Léa Freire Mi piacerebbe che arrivassero anche più richieste dalle scuole.

MusicEdu Parliamo della sua formazione. Madre pianista, che l’ha ispirata. Per 10 anni studia pianoforte classico, avendo iniziato a 7. Poi passa al flauto dolce finché suo padre non le regala il flauto traverso. Che allieva era?
Léa Freire Terribile. Dopo ho studiato chitarra al CLAM (Centro Libero per l’Apprendimento Musicale) e lì ho anche insegnato. Poi ho preso lezioni con i pianisti di là, i maestri Cyro Pereira e Amilson Godoy, che dicevano che ero svogliata. Ma non era proprio vero: io solo non studiavo nel modo in cui loro pensavano si dovesse studiare. Lo facevo a modo mio: ascoltando. Ascoltavo le armonie e riflettevo: “Che tipo di Sol è questo?” Poi controllavo sugli strumenti, e così ho affinato sempre più il mio orecchio. Già allora ero in grado di participare a qualsiasi incontro di choro, samba o forró: prendevo una nota di riferimento e iniziavo a suonare. 
Non volevo imparare a fare gli accordi al pianoforte come volevano loro: fai un circolo delle quinte e poi ripeti sempre la stessa inversione, perché così si finisce per fare sempre lo stesso accordo. Preferivo comporre, anche sbagliando (che è un’ottima cosa) e poi cercavo di capire che armonia fosse quella e se si poteva scrivere uno schema. Inoltre, invece di fare l’accordo con le note impilate una sull’altra, volevo un’armonia con varie melodie che camminassero insieme: quello che chiamo armonia orizzontale.

MusicEdu È questo anche il suo modo di insegnare o è più tradizionale?
Léa Freire Oggi non faccio più l’insegnante, ma le mie lezioni erano un caos. Chiedevo: “Che cosa desideri?” A chi voleva imparare per suonare la chitarra agli amici dicevo: “Porta il tuo repertorio, lo tiriamo giù insieme. Tu darai qualche idea, così il tuo orecchio si svilupperà.” E funzionava perché la persona voleva solo quello. Per chi voleva diventare musicista, il discorso era diverso: “Ascoltiamo questo. Che cosa sta succedendo? Andiamo a improvvisare.” Facevo la base di flauto e dicevo allo studente di suonare. Nel caso avesse paura, insistevo: “Siamo solo io e te qui, nessuno lo verrà a sapere.” Dopo, chiedevo se gli era piaciuto. Quando rispondeva “Questa nota non mi piace”, dicevo: “Cambiala.” Ci sono libri di improvvisazione con suggerimenti di scale per certi passaggi armonici, e la gente studia perché vuole imparare. Però a volte, quando vai a sentire qualcuno improvvisare, viene da pensare: “Questa frase l’ho suonata una volta anch’io, è presa dal libro tale”. Il pericolo è far diventare tutto freddo, standardizzato.

MusicEdu Suonare con altri musicisti trasforma… così è stato con la sua vita e la sua musica.
Léa Freire Il polistrumentista Arismar do Espírito Santo dice: “Suonare con il Filó (un polistrumentista brasiliano) è un rischio.” E direi che suonare anche con Arismar non è facile. Proprio con loro ho scelto di suonare fin dal mio inizio di carriera, perché era divertente, c’era rischio.

MusicEdu Per questo ha composto il brano “Risco” (Rischio, in italiano)?
Léa Freire “Risco” è nato prima del ’97, in un momento di transizione: stavo cambiando indirizzo, professione, tutto. È una musica che parla del dolore e della delizia del cambiamento. Il rischio può essere una frontiera. Più tardi la cantautrice Joyce ci ha messo un testo e l’ha registrata. Ma la prima registrazione era strumentale. 

MusicEdu Lei ha deciso di lasciare il lavoro come amministratrice d’azienda, dopo 11 anni di distacco dalla musica, per dedicarsi di nuovo alla carriera di musicista e creare anche l’etichetta Maritaca. È stato un rischio in tutti i sensi.
Léa Freire Esattamente. E questa è una musica che dice: nonostante ci sia rischio, c’è felicità. Io e la musica… finalmente solo noi due. Anche il testo di Joyce gioca con questa ambiguità.

MusicEdu Lei inizia con la musica classica, poi la sua musica si fonde con il jazz, con la musica popolare, e più recentemente ha composto opere sinfoniche. Questo ritorno alla classica è anche una forma di ribellione, di sperimentare la libertà totale di creare?
Léa Freire Quando ho cambiato tutto e sono tornata alla musica, passavo tanto tempo al pianoforte. Mentre componevo, spuntavano cose erudite. Ho pensato: “Dai, si può fare!” E in quel permettermi è iniziata una nuova vita. Nella musica strumentale non si usa tanto il “rallentando”, che è tipico della classica, come la dissolvenza che poi ritorna e cambia. Certo, ci sono artisti come Egberto Gismonti, che stanno più in quell’area di crossover, che si concedono questo diritto, soprattutto sulle sfumature e sulle risorse che appartengono alla musica erudita. Da quando ho detto a me stessa “Perché non si può? Certo che si può!”, non ho più avuto paura di includere cose diverse nelle mie composizioni. Così sono apparse novità anche ritmicamente. E tutto questo ha contribuito a creare una nuova identità per la mia musica. Ho sempre ascoltato musica erudita; da piccola mia madre mi portava ai concerti. Restavo lì a sentire cose bellissime e avevo questo sogno di suonare al Teatro Municipale di San Paolo.

MusicEdu Ha già suonato al Municipale?
Léa Freire Tante volte.

MusicEdu E quando ha sentito la sua musica suonata da un’orchestra?
Léa Freire Ah, non ha prezzo. Tutti meriterebbero di stare dentro un’orchestra almeno un po’ per capire anche la difficoltà. Il posto migliore è quello del maestro, perché tutti sono rivolti verso di lui. Mentre, a seconda di dove ti trovi, senti cose completamente diverse, senti quello che ti circonda. Poi non hai cuffie con un mix di ciò che sta succedendo. Lì hai solo tre corni e il trombone. In base alla posizione in cui ti trovi, senti solo i violini. Oppure solo gli ottoni, perché magari sei vicino alle percussioni. È impressionante come riescano a suonare insieme perché c’è un ritardo. Fino a quando il suono dei violini arriva laggiù, c’è un ritardo e anche una piccola stonatura. Più il suono viaggia, più la nota si abbassa leggermente, la vibrazione si riduce. Suonare in un’orchestra è un esercizio folle. Io stessa non ci suonerei mai.

MusicEdu Perché?
Léa Freire Perché sono pessima a obbedire agli ordini. E anche la competizione è un altro aspetto da considerare.

MusicEdu Quindi nelle occasioni in cui ha suonato con orchestre l’ha fatto come ospite?
Léa Freire Sì. Ho partecipato al disco “Jobim Sinfônico”, che ha vinto il Grammy ed è stato registrato con l’Osesp (l’Orchestra Sinfonica dello Stato di San Paolo) nel 2002. Hanno invitato alcuni musicisti del jazz per dare quel tocco ritmico.

MusicEdu E com’è il suo rapporto con l’Italia? La musica italiana era presente nel vostro quotidiano?
Léa Freire La mia bisnonna era italiana, di Bologna. Un mio zio, fratello di mio padre, ha sposato un’italiana. Con il loro figlio, quando eravamo adolescenti, andavamo ai balli e c’era la musica popolare italiana. Ma eravamo in contatto anche con l’opera, perché, da quando avevo circa 13 anni, tutta la famiglia ha iniziato a cantare in coro. Avevamo tutte le voci in casa e questo è andato avanti fino ai miei trent’anni. C’era tantissima musica italiana: l’erudito, cantato e non cantato, e il popolare.

MusicEdu E cosa ascolta oggi Léa Freire?
Léa Freire Jacky Terrasson. È un pianista jazz francese che non si fa mancare nulla. È un virtuoso ma ha un gusto diverso, decisamente eretico. 

MusicEdu Nel modo in cui le piace…
Léa Freire Come piace a me. Lui mi sorprende sempre e riesce a rendere tutto adorabile. È capace di fare un concerto di un’ora senza fermarsi e mescola tante cose. Alla fine non sa nemmeno cosa ha suonato – è li per intero, vero, non è tutto studiato. Ho sentito musicisti jazz affermati fare lo stesso assolo del disco. E questo è un po’ un imbroglio, perché dovrebbe essere improvvisazione, giusto?

MusicEdu I prossimi passi?
Léa Freire Stiamo preparando l’album Léa Sinfonica. Poi vorrei fare un disco con Lucas Weglinski, che canta molto bene e ha due dischi di rock’n’roll incisi. Anch’io ho avuto un gruppo rock: i Thanatos.

MusicEdu Con Lucas che disco sarà? 
Lucas Weglinski Sono musiche di Léa per le quali sto scrivendo i testi. Ma lei ha anche altri progetti in corso.

Léa Freire Ci sarà anche un libro di partiture per chitarra. Poi ho dei progetti quasi pronti: uno con arrangiatori dello Stato di Minas Gerais e musiche della loro terra. Un altro con i musicisti di New York con cui abbiamo registrato quando siamo andati là per fare il film. Saranno dischi “virtuali” ma forse qualcosa diventerà vinile. Tutto resterà disponibile anche su YouTube. Chi non ha piattaforme ha comunque quest’opzione gratuita.

PERCEZIONE PER L’IMPROVVISAZIONE. LA MASTERCLASS IN CONSERVATORIO A FROSINONE
Cantante jazz e compositrice, Susanna Stivali è docente del Dipartimento di Jazz del Conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Organizzatrice della lezione con Léa Freire, ci ha raccontato in dettaglio l’iniziativa.

MusicEdu Come è entrata in contatto con la musica di Léa Freire e cosa l’ha colpita del suo lavoro?
Susanna Stivali Ho lavorato con vari musicisti brasiliani e conosciuto Léa Freire personalmente qualche anno fa, quando ha accettato di suonare con me al Blue Note di San Paolo, in Brasile, in occasione della presentazione del mio disco Caro Chico, dedicato a Chico Buarque de Hollanda, uscito tramite Biscoito Fino. In realtà, già la conoscevo come musicista e compositrice, avevo diversi CD suoi, quindi per me è stato un onore enorme. Credo che lei sia uno dei compositori contemporanei più importanti non solo della musica brasiliana ma universale. Ha una scrittura colta e, al tempo stesso, popolare. La sua musica è capace di costruire mondi differenti se suonata dal duo, dal combo o dall’orchestra, ed è sempre cangiante, viva. C’è un aspetto istintuale che mi piace molto; c’è anche una complessità armonica e una liricità incredibile che fanno di lei una compositrice unica.

MusicEdu Com’è stata l’esperienza del workshop?
Susanna Stivali L’attività ha coinvolto studenti dei Dipartimenti di Jazz, Pop e, con grande sorpresa, anche quelli del Classico. È stato molto interessante perché i ragazzi hanno lavorato sull’istintualità della musica portata nel corpo, cosa sorprendente per alcuni di loro. Il modo con cui Léa è riuscita a entrare in contatto è stato incredibile perché veloce: hanno subito capito in che direzione volesse andare e l’hanno seguita. E la direzione era quella dell’amore per la musica e del sentire che l’improvvisazione è importante quanto la scrittura. L’improvvisazione nasce dal gioco del corpo e del suono insieme.
È stato arricchente per tutti: c’erano anche insegnanti. Léa è una docente che ascolta il momento, per capire di cosa i partecipanti abbiano bisogno. Questo significa avere un grande amore per la musica, l’insegnamento, la condivisione, cosa che a mio avviso è molto forte nella musica di Léa e anche nella sua poetica, nel suo modo di vivere la vita.

MusicEdu Come hanno risposto gli studenti?
Susanna Stivali Organizzo tante masterclass e workshop e devo dire che difficilmente ho visto gli studenti così entusiasti. C’è stato un applauso di diversi minuti alla fine; così lungo non era mai successo. Siamo veramente molto felici di averla ospitata al Conservatorio di Frosinone.

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