ROCK & CINEMA. LA STORIA DEL ROCK ATTRAVERSO IL CINEMA. INTERVISTA A FRANCO DASSISTI

di Piero Chianura

Scritto da Franco Dassisti e Daniele Follero per Hoepli, il libro Rock & Cinema racconta in 352 pagine la storia del rock attraverso i lungometraggi, le colonne sonore, i film-concerto, i documentari e i cosiddetti “biopic” che l’hanno rappresentato negli ultimi settant’anni. Organizzato in capitoli cronologici e arricchito da numerosi box di approfondimento, Rock & Cinema è un punto di vista originale su come si è evoluto nei decenni il rapporto tra musica rock e immagini e si candida come testo di riferimento per qualunque corso sulla storia del rock a livello AFAM, soprattutto in contesti formativi poliartistici.

MusicEdu La quantità di film che hanno raccontato il rock in tutte le sue forme fa capire quanto questa musica abbia influenzato la nostra società in tutti questi anni.
Franco Dassisti Legare la quantità di film direttamente o indirettamente rock all’importanza o pregnanza del rock nella società funziona fino a un certo punto. Direi che funziona soprattutto per certi i periodi. Sicuramente per gli anni Settanta, che hanno visto una grande crescita di film rock nell’anima ancor prima che nel contenuto, perché in quel momento la società, appunto, era permeata di cultura rock, anzi di contro-cultura rock, soprattutto nelle fasce giovanili. Penso a Bob Dylan che gira i cartelli con le parole di “Bubterranean Homesick Blues” nel documentario Don’t Look Back di Pennebaker, piuttosto che al documentario su Woodstock, in un momento dove il rock era dominante. E non mi riferisco alla prima ondata Rock’n’Roll degli anni Cinquanta, ma a quello che potremmo identificare nella chitarra elettrica di Jimi Hendrix e poi da Frank Zappa fino all’hard rock dei Deep Purple, ai Pink Floyd ecc. Tutto questo era veramente pregnante nella vita quasi quotidiana di un giovane dai 16 ai 20/25 anni di età di allora. Ciò nonostante, non è che sia stato quantitativamente così dominante il cinema rock in quegli anni, come lo era il rock a livello musicale. Questo perché il cinema ha delle altre dinamiche che puntano a fare gli incassi raggiungendo il grande pubblico. Quindi i film “rock” più o meno di nicchia venivano prodotti, ma non potevano essere paragonati al gigantismo del rock nella produzione musicale. Ma se invece di misurare la quantità, misuriamo la qualità, cioè quanto erano rock i film rock degli anni Settanta e quanto sono stati rock quelli successivi, per esempio, ecco, lì invece sì. Negli anni Settanta c’era una sorta di “allineamento dei pianeti” musicale e cinematografico che portava le opere rock cinematografiche di quegli anni a essere profondamente rock in tutto, esattamente come quelle musicali. 

Gli autori Franco Dassisti e Daniele Follero

MusicEdu Anche perché i registi si erano formati in quella cultura e non potevano non trasferirne i concetti nelle loro produzioni cinematografiche.
Franco Dassisti Assolutamente. Sono registi cresciuti, permeati e inseriti in quella cultura… Martin Scorsese, per esempio, che cresce con il rock e se lo porta dietro anche nelle sue colonne sonore per tutta la vita, fino agli ultimi film che ha fatto. 

MusicEdu Resta il fatto che il rock è iper-rappresentato sia a livello musicale sia nelle produzioni cinematografiche…
Franco Dassisti … è anche iper-scritto, ovviamente, perché è chiaro che ha un allure diverso dal pop melodico, per esempio. 

MusicEdu Ma nell’industria musicale di oggi non si può dire che il rock prevalga sugli altri generi, eppure appare sempre molto presente nel mondo del cinema, anche grazie ai biopic. Come dire… è perché ci si emoziona raccontando storie del passato e dunque sempre al rock si va a finire?
Franco Dassisti Morto o non morto, svenuto o resuscitato, secondo me si è solo spostato, cioè se una volta il rock permeava la vita dei giovani in grandissima parte, oggi non è più così per quella fascia di età, che ascolta la trap e altre cose, ma è ancora la musica dominante nel cuore dei ragazzi di allora, cioè noi che non abbiamo sostituito il rock con qualcos’altro. Perché c’entra con il cinema? Perché il cinema, che come dicevo prima è un’industria che deve fare i conti con gli incassi, può contare sulla nostra generazione, quella dei ragazzi “rock”, che è la generazione spendente, quella che ha budget e quindi è la generazione alla quale riproporre i simboli di quegli anni per entrarci un po’ più dentro e capirli un po’ meglio. Chiamalo effetto nostalgia o effetto revival, ma ciò che funziona è l’approfondimento di quei miti del passato, come è successo recentemente con il film su Bruce Springsteen Deliver Me from Nowhere, per esempio, che è molto “nell’anima” di Springsteen, raccontata da quel passaggio di come è nato l’album Nebraska e con quali tormenti. Ma è stato un po’ così anche con A Complete Unknown su Bob Dylan, sebbene l’arco temporale del racconto sia un po’ più ampio, ma che comunque gira attorno al “Dylan goes electric”, cioè quando lui abbandona parzialmente il folk per entrare nella parte più rock. Perciò, siccome oggi ci sono milioni di persone cresciute con quella musica, ecco che il cinema, che ha sempre bisogno di un lasso di tempo per storicizzare le cose, ha un grande pubblico a cui raccontarle. All’epoca esistevano documentari quasi instant su questi artisti, anche perché negli anni Settanta non c’era il video, la televisione non faceva vedere nulla di queste cose e soprattutto non c’era YouTube che oggi propone centinaia di migliaia di video delle star in azione… ma a cui manca l'”interpretazione” che solo i film sono in grado di dare ancora oggi. 

MusicEdu È interessante notare quanto la cinematografia in occidente debba fare i conti con un pubblico che è parte di una società mediamente più vecchia rispetto a quella orientale. Eppure, in Paesi come la Cina o la Thailandia, per esempio, il rock è molto seguito proprio dalle nuove generazioni.
Franco Dassisti Proprio perché il rock ha un allure ancora molto forte e secondo me comincia ad averla anche sui nostri ragazzi, perché c’è una parte del pubblico giovanile che si è rotto le balle della trap e cose simili e cerca qualcosa di diverso, forse anche perché gliela raccontano i loro genitori. Al di là del loro valore artistico, lo stesso successo dei Maneskin sarebbe stata una cosa inspiegabile fino a 10 anni fa: un gruppo italiano, peraltro, che suonava rock, pur senza particolare inventiva, facendo concerti da tutto esaurito in giro per il mondo, prima di dividersi. Quindi anche in Italia, il tentativo di entrare a piedi uniti con una proposta nettamente rock per catturare un pubblico di giovani è stato fatto. 

MusicEdu Rock&Cinema prende in considerazione le forme che il cinema ha assunto nei decenni per raccontare il mondo del rock. Puoi descrivere sinteticamente ciascuna di queste forme?
Franco Dassisti Il libro è organizzato in otto capitoli cronologici e un’appendice sul rapporto tra cinema italiano e musica, dai musicarelli in poi.
Una cosa che mi pregio di dire perché è stata una mia idea approvata da Daniele e dagli amici della Hoepli, è stata quella di inserire un capitolo dal titolo “Il cinema rock prima del rock”, con cui apriamo il libro perché, come sempre accade nella storia, non è che c’è uno schioccare di dita e quel giorno si inizia a suonare il Rock’n’Roll. Qualcosa era infatti già accaduto prima che Alan Freed, il mitico DJ di Cleveland, dicesse in onda “Let’s Rock Guys” inventando di fatto la formula Rock’n’Roll che era sostanzialmente un’allusione sessuale dei neri americani, già presente in alcune canzoni degli anni Trenta ma che mai era stata affiancata a un genere musicale. 
Come la storia racconta, fu un negoziante di dischi, Leo Mintz, amico di Alan Freed a dirgli: “Vieni qui perché ci sono dei ragazzi bianchi che ballano scatenati nel mio negozio ascoltando i dischi di rhythm and blues, che però non comprano perché è musica nera. Dobbiamo trovare un modo per farla ascoltare” e Freed rispose: “Be’, se lo chiamiamo rock and roll, probabilmente sembrerà un’altra cosa” e infatti così è stato. Il “prima” però non è solo questo evento, perché secondo me è rock’n’roll già il James Dean di Gioventù Bruciata, come è rock’n’roll Marlon Brando de Il Selvaggio. Iconograficamente trovi già tutto in quei film: c’è la rivolta anti-sistema, il ribellarsi ai genitori, tutte dinamiche che fanno parte della cultura del rock. Poi, certo, arriva Alan Freed che dice che quello è rock’n’roll e qualche mese dopo arriva Elvis Presley che incide i suoi primi dischi alla Sun Records. Quindi nel libro noi siamo partiti da lì per affrontare poi la prima fase del rock’n’roll con artisti come Elvis su tutti, ma anche Cliff Richard e tutti quelli che sono stati usati per fare gli attori di se stessi nei film, perché erano “vacche da mungere”. 

MusicEdu Peraltro Elvis era rock, ma non era certo contro il sistema come lo erano stati gli attori James Dean o Marlo Brando…
Franco Dassisti Assolutamente sì. Elvis era rock nelle movenze, nella componente sessuale e della seduttività, però scriviamo molto dei film di Elvis. Ce n’è uno, in particolare, La via del male (King Creole) di Michael Curtiz, regista di Casablanca, che secondo me è il più bel film di Elvis Presley come attore perché Elvis aveva un grosso potenziale come attore, come scrisse il New York Times quando affermò nella recensione di un suo film: “Elvis sa anche recitare”.
Poi arriva il momento Beatles con l’affermazione del beat, ma i loro primi film, anche se diretti da un gigante come Richard Lester nel caso di Hard Day’s Night, sono comunque rappresentazioni di se stessi nella loro vita quotidiana. Quando poi arriva la psichedelia spinta dall’uso di sostanze come l’LSD e quindi dall’effetto del lisergico, nasce il loro Yellow Submarine, ma arriva anche Mick Jagger che fa persino l’attore in Performance di Nicholas Roeg, un altro film intriso di eroina e cose del genere. A quel punto c’è uno scatto e il genere comincia a essere acquisito anche dai grandi registi, per esempio Michelangelo Antonioni, che con Blow Up prima e Zabriskie Point dopo, firma due pellicole che per un regista cinquantenne che aveva già vinto tutto ai festival più importanti del mondo, rivela quanta attenzione ci fosse nei confronti di quella contro-cultura e di quel genere musicale da parte del grande cinema. A quel punto arriva il momento di Bob Dylan e anche in questo caso, come su tutti i rocker di cui scriviamo, ci soffermiamo sul suo ruolo di attore, non solo per raccontare se stesso, ma per interpretare un personaggio mettendosi in gioco. Ma forse quello che più di tutti ha avuto un esito importante sul grande schermo è stato David Bowie, la cui presenza lo ha portato a interpretare film che non c’entravano con il rock in sé, da L’uomo che Cadde sulla Terra a Furyo, a Labyrinth. Un capitolo del libro si sofferma sui documentari, quelli che raccontano il rock quasi istantaneamente e che sono il veicolo per portare sul grande schermo mega concerti, grandi momenti rock, e spezzoni di vita quotidiana che servono al pubblico per farsi un’idea di chi siano questi rocker di cui tanto si parla. Arriviamo agli anni Ottanta e poiché il tempo, come sempre, è galantuomo il cinema storicizza determinati avvenimenti e comincia a produrre i primi biopic come quello sulla storia di Ritchie Valens morto in un incidente aereo insieme a Buddy Holly, evento che la stampa definì come il giorno in cui la musica rock era morta. Sono storie in cui attori interpretano rocker di cui si racconta la loro vita di 20/30 anni prima. Qui si fa avanti una generazione di registi che avevano nel frattempo acquisito potere diventando importanti, ma che erano nati e cresciuti con il rock e dunque non l’avrebbero dimenticato nelle loro produzioni. Per esempio Oliver Stone che, all’apice di un successo di un potere economico enorme acquisiti con film di successo come Salvador, Platoon, Wall Street, eccetera, decide di girare The Doors e secondo me gira il più bel biopic di quegli anni.

MusicEdu Sebbene un po’ sopra le righe come è sempre stato Oliver Stone…
Franco Dassisti Questo è Oliver Stone, il cui cinema è molto fisico. In quegli anni, andando avanti con la storia, succede una cosa importante: nasce MTV e la musica raccontata attraverso i video cambia l’estetica del cinema e il modo di approcciare il racconto musicale, perché tecnicamente diventa tutto più veloce e più fluido. Finisce anche la centralità del grande schermo rispetto al racconto della musica rock, perché i ragazzi passano i pomeriggi a casa a “guardare” tutta la musica che passa e quindi, per un po’ di tempo, il cinema chiude il rubinetto del racconto del rock sul grande schermo per riassestarsi attorno a un nuovo modo di raccontare il rock.

MusicEdu Anche perché nascono i primi corti destinati a MTV come Thriller di Michael Jackson…
Franco Dassisti Esatto e l’altro con grandi registi come John Landis nel caso di Thriller. C’è quindi un trasferimento, cioè sono tanti i i registi di videoclip che a quel punto passano al grande schermo, ma sono tanti anche i grandi registi del grande schermo che vanno a dirigere videoclip richiesti dalle rock star come una sorta di coccarda d’autore a fronte di cachet importanti. Dopo la pausa di riassestamento si riprende con un po’ di cinema legato al mondo hip-hop e ricomincia a fluire la voglia di raccontare. E negli anni vengono fuori delle bellissime storie come quella di I Love Radio Rock (titolo originale The Boat That Rocked del 2009, NdR) per esempio, che racconta della Radio Caroline che negli anni Sessanta trasmetteva da una nave pirata ancorata fuori dalle acque territoriali inglesi, perché in Inghilterra non si poteva trasmettere musica pop al di là dei 45 minuti serali dedicati dalla BBC.
A quel punto partono i nuovi biopic, la cui esplosione avviene, inutile dirlo, con Bohemian Rhapsody che è oggettivamente il più bel biopic della storia del cinema, che ha incassato quasi un miliardo di dollari in tutto il mondo e ha il merito enorme dell’avere raccontato la storia di una band come i Queen che è molto intergenerazionale. Da lì sono arrivati poi quelli su Elton John, il nuovo su Bob Dylan, Springsteen e chissà… dicono potrebbe arrivare anche quello su Janis Joplin.
C’è poi un altro genere veramente molto divertente, che è il mockumentary, cioè il finto documentario e ne parlo all’indomani della tragica e incredibile morte di Rob Reiner, regista straordinario di pellicole come Harry, ti presento Sally, Codice d’Onor, Misery non deve morire ecc. che esordisce con This Is Spinal Tap, un mockumentary di culto che racconta la storia di una metal band sconclusionata ma tecnicamente bravissima e anche forte musicalmente, tanto da finire per esibirsi con il nome di Spinal Tap in giro per il mondo dopo l’uscita del film. Mi piace raccontare che la carriera di Rob Reiner, cominciata come regista di This Is Spinal Tap, è finita proprio con Spinal Tap II, cioè il sequel del primo film.
In conclusione, oggi siamo con la pista molto aperta sul Biopic e però con una grande attenzione anche verso un nuovo documentario rock, cioè con un centro narrativo diverso dalla messa in fila di una serie di fatti documentati da immagini. Penso all’ultimo film su Bono Stories of Surrender, dove l’artista racconta la sua vita attraverso uno spettacolo teatrale ed è sostanzialmente la ripresa, ma molto cinematografica, dello spettacolo tenuto al Beacon Theatre di New York.

MusicEdu Mi sembra di capire che a parte i biopic su nomi molto popolari e comunque del passato, l’attualità della produzione di film a tema rock è fatta di una certa frammentazione… esattamente come accade nella produzione musicale direi.
Franco Dassisti La frammentazione è proprio dei mezzi attuali di fruizione. 40 anni fa, se andavamo a scuola la mattina dopo aver visto Quelli della Notte di Renzo Arbore, tutti parlavano di quella trasmissione. A parte la qualità del prodotto televisivo e a quel punto anche della discussione che stimolava tra i ragazzi, avevamo più o meno tutti gli stessi riferimenti. Poi, anche se avevamo pochi canali televisivi e, tanto per dire, guardavamo tutti Happy Days, ci andavamo a cercare da qualche parte le altre cose in maniera più attiva. Oggi nel segreto della propria cameretta ognuno si guarda i suoi video, prende le sue strade ma con una fruizione molto passiva e indotta dai reel che gli propone Instagram. A meno che dietro non ci sia un fenomeno di massa. Penso a Squid Game per esempio, che ha reso popolare il K-pop a livello globale.

MusicEduCome vi siete organizzati tu e Daniele Follero nella scrittura di questo libro?
Franco Dassisti Ci siamo confrontati all’inizio dividendoci il lavoro in modo che ogni capitolo fosse scritto dal più adatto di noi, quello con la sensibilità e il background giusti per l’argomento da affrontare. Poi ognuno di noi ha letto i pezzi dell’altro dando eventuali consigli e spunti per migliorarli, se necessario. Alla fine questo è un libro fatto di “piccoli saggi”, o meglio tanti articoli che si reggono da sé, che permettono al lettore di cominciare a leggere dal capitolo che più lo interessa.

MusicEdu Del libro, ho apprezzato molto anche la struttura che prevede box di approfondimento…
Franco Dassisti Qui è stato il grande lavoro della Hoepli. Questo è il secondo libro che ho scritto per questo editore dopo Swinging 60s del 2024 con Michelangelo Iossa e devo dire che anche lì la Hoepli aveva fatto un lavoro grafico di impaginazione, di cultura editoriale veramente fantastico.

MusicEdu Rock & Cinema si sofferma anche sul contesto italiano in un’appendice a parte.
Franco Dassisti Sì, l’appendice è sul rapporto tra cinema italiano e musica, dai musicarelli a Radio Freccia, ai documentari recenti fino a Margini, un film del 2022 diNiccolò Falsetti che lo ha scritto con Francesco Turbanti, passato anche alla mostra di Venezia e che secondo me è il film più “rock” mai fatto in Italia. È un film che parla di punk, hardcore intriso di una mentalità rock e di tutti quei sogni infranti che il rock ha lasciato alle spalle di una generazione. 

MusicEdu L’apertura del libro è invece affidata a una conversazione con i Manetti Bros.
Franco Dassisti I nostri amici Manetti Bros, grande firma del cinema italiano, sono dei rockettari a mille con cui abbiamo avuto questa conversazione molto divertente nella quale ci hanno raccontato il loro excursus, il loro approccio con la musica rock, regalandoci forse la più bella ed efficace sintesi alla grande domanda “Cos’è rock” rispondendo: “È rock tutto quello che fa incazzare i genitori”.

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