EDUCARE ALL’IMMAGINAZIONE. INTERVISTA A MASSIMO FELICI, DIRETTORE DEL CONSERVATORIO ARRIGO BOITO DI PARMA
Di Alberto Odone
La consapevolezza delle tendenze in atto nell’ambito della formazione musicale in Italia, e del contesto AFAM in particolare, non basta: occorre fare il possibile per governarle, senza illudersi, ovviamente, di influire sul mercato globale della produzione musicale, ma con l’attenzione rivolta al futuro delle persone che hanno scelto di trascorrere nell’istituzione Conservatorio alcuni dei loro anni di formazione. Tutto ciò richiede, accanto allo sviluppo di solide abilità musicali, cura per la personalizzazione degli itinerari formativi e visione circa le concrete possibilità di futuro professionale, con una particolare sensibilità per l’apertura internazionale. Questi i principali temi di discussione nell’incontro, presso il Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma, fra MusicEdu e il Direttore Massimo Felici, in compagnia di Fabio Ferrucci, docente, tutor dei corsi accademici e responsabile del workshop internazionale “Sentiamoci a Parma”.


MusicEdu Qual è il rapporto del Conservatorio di Parma con il suo territorio?
Massimo Felici Quello di Parma è un territorio in cui è relativamente facile avere un consenso. Anche quelle categorie che normalmente si dimostrano più disinteressate, nel retaggio musicale della città vedono sempre una prospettiva di visibilità. Dalla fine del Rinascimento l’importanza della storia musicale parmigiana è enorme.
MusicEdu Quali studenti accogliete e qual è la loro provenienza?
Massimo Felici L’istituto ha una grande storia, una grande importanza sul territorio, è un punto di riferimento. Lo è stato sotto vari aspetti per anni anche nei confronti delle generazioni più giovani che, per ragioni di età, non possono avere accesso al reclutamento accademico.
Certamente vi sono anche settori del conservatorio che sperimentano una certa sofferenza per quanto riguarda le richieste di accesso. Per evidenti ragioni legate alla tradizione musicale della città, quello che qui soffre di meno, e anzi è molto richiesto, è il canto lirico, anche per quanto riguarda le richieste di ammissione direttamente a livello accademico. Ciò grazie soprattutto al grande interesse da parte degli studenti che provengono dall’estremo oriente, cioè da Giappone, Corea e Cina in particolare.
MusicEdu Qual è indicativamente la percentuale di questi studenti?
Massimo Felici Sono all’incirca il 25% del totale. Frequentano soprattutto canto lirico ma si trovano per esempio anche tra gli studenti di accompagnamento pianistico. Noi spingiamo ovviamente perché gli studenti orientali non frequentino solo canto e prende gradualmente piede la tendenza a trovarli anche in altri settori. Loro stessi, del resto, si rendono conto che l’opera lirica non è fatta soltanto dai cantanti ma anche dagli strumentisti e che comunque richiede competenze più estese. Sotto l’aspetto della loro preparazione in entrata abbiamo situazioni diverse, anche perché la geografia soprattutto della Cina è ovviamente ampia e la cultura musicale è sviluppata in modi diversi a seconda delle aree geografiche. Tra l’altro, non è più così raro il caso di studenti cinesi che frequentano i corsi di Jazz. Recentemente un importante premio offerto dal Rotary Club è stato vinto da un gruppo jazz guidato da un chitarrista cinese, immedesimato nel linguaggio jazzistico in maniera stupefacente.
Per il resto abbiamo studenti stranieri sudamericani, dal Medio Oriente, dalla Turchia e da tutta Europa.
MusicEdu A proposito di tendenze e mode, ci interessava sapere come si muove la richiesta di corsi tra i diversi generi e tra i diversi strumenti.
Massimo Felici Per cercare di equilibrare maggiormente le richieste di corsi, distribuendole su tutta la gamma degli strumenti, stiamo sviluppando una politica incentrata sullo sviluppo di attività orchestrali anche all’interno della città. Le scuole tradizionali di formazione di base per gli strumenti ad arco, per esempio, cominciano a quattro/cinque anni. Questo per noi è impossibile, per cui serve interfacciarsi con strutture del territorio, con le situazioni più diverse. Tutto ciò per noi è molto prezioso, oltre a essere ovviamente faticoso perché queste iniziative vanno seguite con cura.
MusicEdu Può fare qualche esempio?
Massimo Felici Esistono vari tipi di convenzione con le scuole esterne. Ovviamente c’è un rapporto stretto con il Liceo Musicale ma esistono convenzioni anche con licei non musicali con i quali svolgiamo attività di orientamento. Con le scuole private al momento non ci sono contatti strutturati ma si può verificare la condivisione di eventi e attività musicali.
MusicEdu E come procede la richiesta di formazione nei confronti dei cosiddetti “nuovi linguaggi”, il jazz, il pop ecc.?
Massimo Felici Per quanto riguarda i nuovi linguaggi, molto richiesti, e la relativa fascia di formazione di base, si pongono delle domande molto importanti e delicate. Una tra tutte: la tecnica, il gesto musicale che rende idonei a seguire un percorso di quel tipo, è un gesto tecnico completamente separato da quello che si otterrebbe con lo stesso strumento in altri linguaggi, in particolare nel genere classico, oppure si può fare riferimento a una tecnica generale comune fino a quando non si compie una scelta precisa a favore di un particolare linguaggio?
Io credo, e parlo anche da chitarrista, che si possa arrivare a offrire una preparazione tecnica generale, purché adeguatamente “allargata”, sulla base della quale a un certo punto si specializza il gesto. È ovvio che il gesto del chitarrista pop non è quello del chitarrista classico, però l’argomento è interessante e promettente, e vale per molti strumenti, per molti ambiti.

MusicEdu Quali passi è ancora necessario compiere in questa direzione?
Massimo Felici Purtroppo ancora non c’è una letteratura consolidata che consenta una formazione di base allargata, mentre ce ne sarebbe molto bisogno. Di conseguenza si propone una formazione di base nel settore della classica ma poi manca tutto quello che l’occhio del jazzista o dell’esecutore pop porta con sé, la mappatura della tastiera, l’armonia pensata in un certo modo, l’uso della mano anche al di fuori da certe rigidità ecc. Sarebbe invece necessaria una condivisione di programmi, di cose da fare in età scolastica in vista di una preparazione più ampia, che comprenda sia i presupposti della classica che degli altri generi. Succede spesso, invece, che questo aspetto della formazione si faccia autonomamente su YouTube, cercando di riprodurre semplicemente ciò che sembra funzionare. Fino a qualche tempo fa la musica pop aveva delle figure emergenti che dichiaravano di aver studiato musica classica, Bach o il jazz, attingendo cioè da ambiti musicali più strutturanti dal punto di vista tecnico. Questa cosa è un po’ scomparsa e nei ragazzi, nelle nuove generazioni, non c’è più questo riconoscimento di una capacità tecnica derivante dalla sistematicità dello studio di base. C’era anche un’attenzione da parte del mondo editoriale e del disco per queste cose, attenzione che si è poi persa. Viceversa, se da una parte il mondo pop può giovarsi di una base tecnica seria, dall’altra la formazione tradizionale fatica a permettere lo sviluppo di altre attitudini musicali. Chi ha una formazione classica e però vuole frequentare altri linguaggi deve fare lo sforzo di liberarsi da certe strutture, e questo è un peccato.
MusicEdu Qual è allora il ruolo dell’istituzione conservatoriale in una situazione in cui il soggetto è bersagliato da una quantità infinita di messaggi?
Massimo Felici Quello che può e deve funzionare è educare all’immaginazione, alla creatività: dobbiamo pretendere l’immaginazione creativa. Insieme a questa, l’unica altra arma è lo spirito critico: occorre riconoscere ciò che può essere interessante e valido e saperlo esaminare, analizzare, arrivando alla consapevolezza di ciò che può costituire il valore di un’espressione musicale. C’è un problema grosso in questo momento in ambito pop perché si ripone molta fiducia nei percorsi di producer che hanno un po’ tutti le stesse soluzioni, lo stesso vangelo. Ciò va nella direzione opposta a quanto abbiamo appena detto. Il musicista libero e improvvisatore non è più valutato positivamente se non si inserisce in protocolli ormai consolidati.
Viceversa, l’ampia disponibilità di strumenti digitali fa sì, al contrario di ciò che era qualche anno fa, che il tuo successo dipenda meno dalle macchine che hai a disposizione per le tue produzioni: l’ottica può realmente spostarsi dall’utilizzo della macchina all’utilizzo del cervello, all’approccio creativo e critico. Queste sono le sfide che ha di fronte la proposta formativa in questi settori. I ragazzi arrivano con un orizzonte dominato dal mainstream, da quello che ascoltano e si aspettano di rifare. Nel momento però in cui creano loro in prima persona, con l’insegnante che li guida a deviare dall’ovvio per trovare una loro personalità, è probabile che sviluppino invece la parte creativa della loro personalità artistica. Questa prospettiva è sostenuta anche dal fatto molto concreto per cui oggi con il mainstream non si sbarca il lunario: pochi personaggi famosi fanno ottimi guadagni e tu, con gli ascolti che puoi avere, rimedi ben poco.
Quindi la didattica è fatta certamente di competenze e abilità ma anche e soprattutto di prospettiva, di visione.
MusicEdu Come convivono diversi settori e diversi generi in un’unica istituzione?
Massimo Felici Ritengo molto importante non separare la scuola, mantenendo vicini, anche come collocazione, i diversi dipartimenti, jazz, pop, classica. Si è spesso sostenuta con forza l’ipotesi di creare una sede ad hoc, con attrezzature dedicate ecc. Invece credo che faccia bene agli uni e agli altri partecipare trasversalmente ai progetti di altri dipartimenti. Anche per chi fa orchestra tradizionale è utile che si venga inseriti in una produzione pop rock e viceversa. Sono tutte esperienze importanti secondo noi. Certamente ci sono le difficoltà anche pratiche dovute a un grande edificio storico con moltissimi problemi generali, logistici. Le stiamo affrontando.
MusicEdu Connesso a questi argomenti è anche il tema del tutoring, di cui Fabio si occupa in prima persona. Ce ne puoi parlare?
Fabio Ferrucci Il tutoring di cui ci occupiamo non è tanto finalizzato a seguire le carriere professionali degli studenti, cosa a cui non potremmo arrivare, ma a favorire il loro orientamento. L’obiettivo è fornire un percorso di studi il più possibile personalizzato, che tenga conto delle priorità, degli interessi e anche delle lacune di ciascuno. Allo stesso tempo nel tutoraggio occorre memoria storica, per tenersi ancorati alla realtà delle proposte che è possibile sostenere e anche a una tradizione formativa da valorizzare.
MusicEdu Si parla recentemente, anche all’interno dei conservatori, dei Dottorati di Ricerca.
Massimo Felici Si tratta dell’ultima, la più recente tra le sfide didattiche a cui cerchiamo di rispondere. Vi sono ovviamente molte incertezze dal punto di vista normativo e burocratico, ma anche difficoltà derivanti dal fatto che la ricerca in ambito musicale copre territori vastissimi, dalla ricerca tradizionale in ambito musicologico, sostanzialmente la stessa che si fa in università, ad altri ambiti che stiamo tentando di accreditare, non senza diffidenze. A questo proposito ci preme stabilire la possibilità di una ricerca in ambito interpretativo, come anche quella in ambito compositivo.
Fabio Ferrucci Quello a cui teniamo, in particolare, è che i temi legati alla performance siano oggetto di ricerca anche in riferimento alle possibilità di sviluppo della percezione musicale, in un percorso legato alle scienze cognitive e anche alle neuroscienze. Sono settori in cui però, anche a livelli alti, non c’è chiarezza, non c’è univocità anche dal punto di vista terminologico, e il tutto è complicato da reciproca diffidenza rispetto all’ambito universitario.

MusicEdu Veniamo allora a “Sentiamoci a Parma”, questo workshop internazionale sull’Ear Training, di cui Fabio è promotore e realizzatore.
Fabio Ferrucci Alla base di questa iniziativa sta un concetto ampio di Ear Training, non come esercizio forzato ma come possibilità di espandere l’idea di percezione musicale a partire dall’educazione all’ascolto fino, per fare solo un esempio, al dettato a quattro parti. Fanno parte di questa idea gli aspetti più tecnici ma anche e soprattutto ciò che è prezioso per chi deve suonare, lavorare in studio, lavorare in una sala da concerto, suonare in ensemble, dirigere ecc. Insomma si tratta di formare una mappa, una tavolozza delle più diverse esigenze legate alla percezione.
L’iniziativa si realizza per buona parte nel quadro del circuito Erasmus della Comunità Europea. Le attività internazionali ultimamente si stanno un po’ trasformando. Negli anni, il periodo lungo di permanenza in Erasmus è diventato sempre meno attrattivo per gli studenti, vuoi per ragioni economiche, vuoi perché la vita ha un ritmo molto diverso. Ci si orienta mediamente su una permanenza di sei mesi. D’altra parte si stanno sviluppando progetti più intensivi e che possono prevedere mobilità brevi per fare esperienze piuttosto solide a cui possono partecipare sia studenti che docenti. Abbiamo in corso o in programma diverse Iniziative di questo tipo, il cui nome è “Blended Intensive Program”. Il lavoro di internazionalizzazione è stato la chiave che ha potuto mettere in moto tutti i network internazionali, tra cui “Sentiamoci a Parma”.
MusicEdu Come vengono contattati e reclutati i docenti internazionali?
Fabio Ferrucci Ho iniziato più di 10 anni fa a girare l’Europa per rendermi conto di che cosa si faceva riguardo all’Ear Training e alla formazione musicale in genere. All’indomani della riforma dei conservatori, varata nel 1999, il Ministero ha detto “Voi dovete insegnare Ear Training” ma nessuno sapeva che cosa fosse. La mia idea fu quindi quella di provare a cambiare qualcosa, anche andando per tentativi, evitando di mantenere tutto com’era sostituendo solamente le etichette, come hanno fatto tanti. Ho iniziato a viaggiare per vedere chi aveva più esperienza di noi, e questa è stata un’occasione anche più generale per arricchire il conservatorio di esperienze. In realtà è stata l’occasione per notare che il problema non era solo nostro. In tutta Europa tanti docenti avevano trovato soluzioni simili a problemi diversi, elaborando strategie talora analoghe senza però sapere niente l’uno dell’altro. Questo era forse plausibile nel Medioevo, ma non oggi. E quindi l’idea di “Sentiamoci a Parma” è stata far incontrare queste persone in un unico evento per vederli concretamente all’opera con l’attività didattica. Questo ha avuto una serie di benefici perché molti docenti hanno visto il lavoro di altri colleghi ed è iniziato non solo uno scambio di idee ma anche di strategie didattiche e spesso di ulteriori occasioni di mobilità.
MusicEdu. Quindi non solo Italia con estero, ma anche estero con estero…
Fabio Ferrucci. Certamente. Un docente che deve fare lezione in un ambiente diverso dal proprio è costretto a ripensare il suo modo di fare didattica, è portato a rendere la sua attività più versatile, più consapevole e comunicabile.
Il network di “Sentiamoci a Parma” è anche quello da cui attingiamo i docenti del Master di Ear Training, l’unico in Italia per la formazione dei futuri docenti di questa materia. In questo modo è possibile disporre dell’eccellenza europea nel settore, e questa è senz’altro un’occasione unica.
E a proposito di rapporti con il territorio, il Liceo Musicale “Attilio Bertolucci” di Parma partecipa da anni a tutte le giornate del convegno e anche questa diventa un’occasione di contatto e di confronto.
