MUSICOTERAPIA. DI CHE COSA PARLIAMO?

di Antonella Zenga

Parlare di musicoterapia (MT) crea spesso confusione tra i non addetti ai lavori, forse anche per la sua presenza in contesti molto differenti: a scuola, in carcere, nel reparto d’ospedale, in centri diurni, in hospice e altro ancora. Si può essere ugualmente efficaci in ambiti così distanti?

Il musicoterapeuta non è un tuttologo, ma ha una formazione multidisciplinare costruita su quattro aree (medica, psicologica, musicale e musicoterapica), che presuppone soprattutto un’indispensabile competenza: l’uso consapevole del linguaggio musicale nella relazione d’aiuto. Da anni la formazione si realizza anche nei Conservatori, in collaborazione con le Università, a sottolineare come il suono e la musica rimangano i principali strumenti di lavoro per una professione che agisce su più livelli, nel rispetto della globalità della persona. L’universalità del linguaggio musicale permette a tutti gli individui, di ogni età cultura e condizione, di farne esperienza per predisposizione innata, utilizzandolo in risposta ai propri bisogni. Il musicoterapeuta in fase di valutazione, sceglie le esperienze musicali più adeguate per sostenere la persona nel suo percorso; individua le giuste modalità comunicative per agganciarlo; definisce il setting più adatto e gli obiettivi perseguibili. La peculiarità della MT sta nel poter analizzare e leggere quello spartito unico che prende forma grazie al materiale sonoro-musicale prodotto o ascoltato dai partecipanti alla seduta. Valorizzando talvolta ciò che altrove è percepito negativamente e trasformandolo creativamente in risorsa. Ecco allora che la stereotipia è un ostinato ritmico, il vocalizzo, lo spunto per la variazione di un tema; l’espressione grafica di un disagio emotivo, diventa partitura informale da suonare e rielaborare. Così la musica, con le sue regole, l’equilibrio formale, le rappresentazioni simboliche, diventa strumento, spazio e tempo per una terapia straordinaria di sostegno alla persona e ad altre terapie.

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